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Il partitivo, questo sconosciuto

gen 20, 2012   //   by gasta   //   Blog, Diario  //  No Comments

Oggi, venerdì 20 gennaio, sembrava una giornata come un’altra.
L’insolita galaverna chimica che ricopre uniformemente i tetti delle basse case annoiate, un cliente che mi chiede di fare un bel video con You know you want me di Pitbull come colonna sonora, un altro che vorrebbe un mega mapping 3d nei prossimi due giorni, prove comprese, chiaramente.
Con Twitter che rimane aperto al lato della scrivania, un occhio ogni tanto, tra un render e l’altro. Insomma, tutto regolare.

Ma è proprio per colpa di Twitter che mi incastro.
Volevo scrivere una cosa divertente, o presunta tale, nel solito limite dei 140 caratteri. Ma qualcosa non torna, grammaticalmente parlando. Chiedo un aiuto su Skype a chi è online, ma le risposte sono discordanti. Lancio un grido d’aiuto alla timeline di Twitter, ma la bagarre che si genera è davvero notevole.
Un’amica scrive sul forum della Treccani. Senza risposta.
Ci si mette di mezzo pure Sabatini Coletti, con la definizione di partitivo, e tutto si complica ulteriormente.
Chiamo la cugina, amante imperitura della grammatica italiana. Ma nemmeno lei riesce a dare una risposta decisa.
Quindi, dopo aver chiesto l’aiuto del pubblico, su suo suggerimento cerco aiuto dai luminari.
Scrivo dunque a Ilaria Bonomi, Professore Ordinario, alla Statale di Milano.

Gentile Prof. Bonomi,
non sono uno studente, ma chiedo lumi a lei, che sto impazzendo su un dilemma grammaticale.
Non stavo scrivendo un libro o la mia biografia, ma un banalissimo tweet su twitter.
Eppure mi sono arenato. Ho chiesto aiuto, ma si è creata una diatriba su quale versione fosse giusta, quale sbagliata.
Quale delle seguenti tre frasi è corretta?
1. Una delle cose che più mi fanno rabbrividire sono i puntini sulle i maiuscole.
2. Una delle cose che più mi fa rabbrividire è i puntini sulle i maiuscole.
3. Una delle cose che più mi fa rabbrividire sono i puntini sulle i maiuscole.
La ringrazio enormemente per l’attenzione.

Non speravo in una risposta.
Mi vedevo già rinchiuso in una stanza imbottita, inseguito da dizionari e da puntini sulle i, che evidentemente ricorrono sovente nella mia vita.
Ma dodici minuti dopo, l’illuminazione.

La frase giusta è la prima. Purtroppo si va diffondendo sempre più l’uso di non concordare nel numero il verbo della relativa con il soggetto come nelle frasi 2 e 3, ma è sbagliato: che è plurale, riferendosi a ‘cose’, e il verbo va plurale. Mi fa piacere che qualcuno che scrive su twitter si preoccupi della correttezza!
Cordiali saluti
Ilaria Bonomi

Grazie Prof. Bonomi. Grazie, grazie, grazie.
Io oggi sono felice.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

dic 26, 2011   //   by gasta   //   Libri  //  No Comments

Grazie al cielo l’ho finito.
Doveva essere un libro divertente e leggero, un libro puramente estivo, come mi era stato detto, capace di far ridere senza sosta.
In realtà è una pizza incredibile.
Prendete Forrest Gump e spazzate via tutta l’umanità del personaggio, le sue insicurezze e la storia di profondo amore. Tenete gli incontri con i personaggi storici importanti.
Ecco, elevate al quadrato. E poi al cubo.
Alan Karlsson, il protagonista, il giorno del suo compleanno scappa dalla finestra e ne combina un po’ di tutti i colori. In tre settimane fa un po’ di danni in giro, uccide delle persone, distrugge un po’ di macchine… insomma, cose di ordinaria amministrazione per uno di cento anni.
Nel frattempo il narratore ci racconta la sua vita, che prima costruiva esplosivi in casa, poi è andato in Spagna e ha salvato Franco, poi negli USA e mentre faceva il cameriere ha inventato la bomba atomica ed è diventato amico di quattro presidenti americani, poi è andato in Russia e ha regalato la bomba ai comunisti, poi è andato in un gulag e l’ha fatto saltare in aria, poi è andato in Corea e ovviamente ha salvato il capo supremo della corea, ah già mi sono dimenticato che ha salvato anche la futura moglie di Mao e poi Mao lo salva e gli regala un sacco di soldi e insieme al fratello stupido di Einstein va a farsi 13 anni a Bali e lì succede un casino poi va a Parigi e pure a Parigi, ci manca solo che faccia la spia e infatti.
Speravo che morisse.
Almeno alla fine.
E invece no.
Alla fine si scopre pure che il pene, che non gli è MAI funzionato in tutta la vita perché era stato tecnicamente castrato, beh, gli funziona con una donna di 83 anni.
Un centenario che ha un’erezione con una donna di 83 anni.
E il libro finisce così.
Ora.
Vi prego.
Amo la fantascienza e il surreale. Anche il non-sense.
Adoro i libri per bambini e quelli catalogati “per ragazzi”.
Questo mi sembra un libro che semplicemente gioca sulle iperboli, continue esagerazioni per tentare di stupire il lettore.
Secondo me non sono così le storie belle.
Ecco. No, secondo me queste sono le storie brutte.
E questo è un libro brutto.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve
Jonas Jonasson
Bompiani

Work in progress

dic 21, 2011   //   by gasta   //   Blog  //  No Comments

Come fare l’albero di Natale

dic 14, 2011   //   by gasta   //   Blog, Diario  //  No Comments

Stamattina ho fatto l’albero di Natale.
Domani torna a casa la mamma e, mi sono detto, facciamo finta che sia un Natale normale.
Mi sveglio da un sogno in cui rifiutavo un regalo piuttosto prezioso da un anziano signore, che se ci penso mi prenderei a schiaffoni dietro alle orecchie per non averlo accettato, guarda. Che il signore in questione, non chiedetemi chi fosse, a tutti i costi voleva che tenessi il suo Casio F91W.
No, non è che so a memoria tutti i modelli e i codici degli orologi Casio degli anni 80.
E’ che quello, proprio quello, me lo ricordo. Uno perché mi è sempre piaciuto, da quando sono sbarbato, due perché ho scoperto che è l’orologio più usato dai terroristi. O meglio, negli USA basta che ti trovino in casa quel Casio e possono spedirti a Guantanamo. Giuro.
Ma il signore del sogno era tutto fuorché un terrorista. Anche perché l’orologio era completamente d’oro. Un certo stile, direi.

Comunque, mi sveglio e il più rapidamente possibile tento la difficile operazione quotidiana del derincoglionimento a base di moka, vestizione sommaria, ciabatte e, come dicevo, direzione cantina.
Già i tre piani di scale potevano far presagire al seguito, ma andiamo avanti. Tanto per cominciare mi ribalto addosso abbastanza scatoloni da farmi tirare un paio di moccoli. Che come dice il detto, chi ben comincia, comincia, ecco.
Ma solo indossando un appropriato elmetto anti infortunistico riesco a trovare il necessario per l’addobbo natalizio.
Saranno almeno vent’anni che non faccio l’albero. A dire il vero non mi ricordavo nemmeno che la questione comprendesse quattro scatoloni piuttosto impegnativi, in termini di estensione e peso, tali da costringermi a due viaggi, giùsùgiùsù, per portare tutto in casa. Praticamente un mezzo trasloco.
Poi non so se era colpa della moka poco seria o semplicemente per l’abituale scarsità di ore di sonno effettuate, sta di fatto che ho sudato come un poveraccio, per due ore, nel tentativo di dare forma a quel benedetto albero di Natale. Che se me lo dicevano che serviva un architetto, almeno facevo due conti prima.
E comunque vadano le cose, non importa la dimensione dell’albero che hai intenzione di costruire e nemmeno quanti smadonnamenti sei arrivato, stai sicuro che:
1. i fili delle lucine, nell’arco di un anno intero, da soli, chiusi nella loro scatola, si saranno attorcigliati in modi estremamente creativi.
2. i suddetti fili dimostreranno di avere un incredibile amore per i rami sbagliati dell’albero. Perché solo su quelli che non vuoi che si fermino, i fili delle lucine rimarranno incastrati. Per disarcionarli prevedi dieci minuti.
3. dopo averli posati per bene, tre fili tre per un totale di centocinquanta lucine, li attacchi alla corrente e ovviamente non si accendono, nemmeno uno.
4. li togli, li smadonni e si riaccendono. Ma su centocinquanta lucine, ne funzionano la metà. Con intermittenze degne del Cocoricò.
5. le tue mani saranno salde e sicure sulle palline di plastica. Su quelle di vetro di Murano da ottomilioni di rubli, invece, no. Poi qualcuno mi spiegherà cosa diavolo ci facevano delle palline di vetro vero in quello scatolone. Ci facevano, sì. Conosco i tempi verbali. Voce del verbo non c’è più.
6. i festoni argentati, che ricordavi così belli, hanno fatto una fantomatica cura dimagrante. E sono spelacchiati. E se non stai attento arriva pure la protezione animali e se li porta via. Bau.
7. e comunque, per far sì che nessuno si dimentichi degli amici festoni argentati, appena fai loro intravedere la luce, spargeranno sul pavimento quattro chili e mezzo di micro pezzettini.
8. nel tentativo di sistemarli anche sul retro dell’albero, perderai l’equilibrio e ti ritroverai a limonare con il muro, e qualche angioletto.
9. il puntale sarà sempre storto.

Ora capisco perché di solito si fa l’albero di Natale l’8 dicembre: è festa e hai tutta la giornata per prenotare una seduta dal tuo psicologo di fiducia.
Ma ora sono tranquillo. L’albero è fatto e ora il signore anziano del mio sogno può regalarmi il Casio F91W d’oro per Natale. Grazie, signore!

Ti piace la borsa gialla? Acquistane una blu!

ago 30, 2011   //   by gasta   //   Blog, Diario  //  2 Comments

Peso 70 kg scarsi. Forse sarebbe più corretto dire che peso 65 kg abbondanti, via. Non che sia sempre stato sottopeso nella mia vita, anzi. Credo di aver toccato i più dieci, qualche anno fa.
Ma quest’estate ho deciso di passare la mia villeggiatura in pensione completa all’Ospedale Maggiore, dove mi si rimpinzava di zuppe, minestrine, prosciutto cotto e purea, che è la versione insipida e gelatinosa del per sempre rimpianto purè della nonna, praticamente il gemello cattivo tenuto in catene in cantina che un giorno si libera, sale le scale due gradini per volta, tira una pedata alla porta blindata che lo teneva rinchiuso, prorompendo con una risata satanica, e tu lo fissi, completamente immobilizzato e con il terrore che ti congela le articolazioni, che non si sente tutti i giorni una purea che ride in quel modo, e dici “no, non può essere! la perfida purea si è liberata!”, e urli ancora mentre si scaglia di gran carriera sul tuo desco, cadendo e rimbalzando sul piatto, con l’imperativo di essere mangiata, forchettata dopo forchettata, la purea come mastice nella tua gola, ricetta segreta dell’incubo culinario.
E’ insuperabile, poi, la combinazione della purea con il prosciutto cotto, salume di chiara fabbricazione svedese, il fanalino di coda degli affettati, difficilmente paragonabile agli intoccabili mostri sacri della tradizione suino-gastronomica tanto cara alla pianura padana, impensabile variante più salutare del prosciutto crudo, lontano anni luce dal mai abbastanza osannato salame, dall’impeccabile culaccia, della proletaria mortadella, dallo strolghino da centellinare, da michette imbottite con coppa, pancetta, lardo, pancetta lardellata o lardo pancettato.
Ma questo è il menù per i degenti e non sia mai che mi metta a discutere con lo chef, ci mancherebbe, sarebbe gesto poco fine e quantomeno sconveniente, data la mia cagionevole posizione. Poco eretta, per giunta.

Da quando la mia vacanza in medicina generale è terminata sono tornato di fronte al mio computer a lavorare poggiando il mio gentil culo su una Nominell.
Nominell, esatto. Già dal nome dovevo capire che da qualche parte ci stava la fregatura, cristosantissimo, ma no, io mi ostino a comprare ancora all’Ikea oggetti che nel giro di due mesi so già che crollano. Eppure quando vai nei loro negozi ci sono questi magnificenti show room tutti preparati a puntino, dove monomicrolocali sembrano ville di tre ettari perfettamente abitabili, in cui ti chiedi come tu possa aver vissuto trenta inutilissimi anni della tua vita senza avere un vaso Vasen o almeno un oggetto della serie Grundtal in cucina, affrettandoti poi ad infilare un porta carta assorbente, uno scolapiatti, due liste magnetiche sulle quali attaccare qualche porta spezie, stupendoti di quanto siano intelligenti i loro designer, il tutto, dicevo, infilandolo nella borsa gialla Ikea.
E qui iniziano i guai.
Perché da sempre vuoi la borsa gialla dell’Ikea. E ogni volta ti scontri in questo loop commerciale, di cui esiste anche un cartello chiaramente stampato e affisso nei negozi, “Ti piace la borsa gialla? Acquistane una blu!”, un vortice da cui non se ne esce nemmeno se implori direttamente il signor Ikea di concederti la grazia, signore, datemi la borsa gialla, vi prego!
E non se ne capisce il motivo. Sta di fatto che dentro all’Ikea puoi passeggiare tranquillo e beato con la tua borsa gialla, ma non ne vogliono sapere di vendertela. Ficcatelo in testa: la borsa gialla non la puoi avere. Calàti come siamo in una società in cui tutto è acquistabile e vendibile in qualsiasi modalità mente umana possa concepire, che sia al dettaglio, all’ingrosso, all’asta, in regalo, come baratto o come furto o come astuto raggiro, questo diniego suona come un’imposizione imprevista e fascista.
Io voglio la borsa gialla. La voglio e come cliente la pretendo. La pago, fate voi un prezzo e la avrò. Perché così funziona il capitalismo liberale, luridi fascisti stalinisti!
E invece no. La borsa gialla mai sarà tua. Scordati le passeggiate in riva al fiume, con la tua ragazza che ti tiene una mano e l’altra che regge la borsa gialla. Dimentica le serate di gala con la borsa gialla come accessorio inappuntabile. Da abbinare ai calzini, quel giallo che nemmeno un Pantone sarà mai così perfetto.
Tutto è in vendita dentro all’Ikea. Ma la borsa gialla no.
Anche il carrellino giallo che porta la borsa gialla non lo puoi avere giallo, ma solo blu. Come se la sorte della borsa gialla fosse un’infezione transitiva e irreparabile. Ma il carrellino giallo, se vuoi, lo puoi riverniciare, capirai. Ma la borsa gialla no, non puoi modificarla. L’unico modo sarebbe rubarla, ma non puoi rischiare sicuri anni di prigione per una borsa gialla, no? E soprassediamo pure, fingiamo che tu non ci abbia mai pensato, su.
Quindi infilo la Nominell nella borsa gialla, che dopo la cassa sarà sostituita con una borsa blu, mi rinchiudo in macchina e, come sempre, non sono ancora in casa che ho già aperto la scatola, rompendo il nastro adesivo con il più antico coltellino svizzero della storia umana (il mazzo delle chiavi di casa), già felice di dover assemblare un nuovo gioco, pregustandone la sensazione al tatto dei singoli pezzi, controllando ¬ che ci sia la fondamentale brugola ¬, di cui ho una piccola collezione, ¬ tutte identiche ¬, il tutto mentre sto guidando, che mi ritrovo a pensare che l’Ikea sia la naturale conseguenza della generazione Lego, di cui fieramente mi sento di far parte, in cui segui le istruzioni e monti per benino tutto quanto, ordine dal caos, modestamente.
Con la piccola nota a margine, una posteriore errata corrige della propria elucubrazione: che probabilmente sarebbe stato più opportuno farsi una libreria con i Lego davvero. Che almeno non sarebbe così imbarcata adesso.
E la Nominell, la sedia d’ufficio su cui il mio gentil culo di cui sopra è poggiato, non mi costringerebbe a questo sali scendi continuo.
Perché, come dicevo, anche se peso poco più di 65 kg, dieci in meno di quando sono entrato in ospedale, questa Nominell, la cui seduta è regolata in altezza da una pompa a gas, lentamente cede. E quando venti minuti fa ho iniziato a scrivere ero seduto correttamente con i gomiti ad angolo retto e la schiena perpendicolare al pavimento, ora sono seduto quindici centimetri più in basso, con i gomiti sollevati, la schiena incurvata e mi sento come il nostro amato ministro Brunetta alla scrivania.
Ora che ci penso, probabilmente è stato direttamente Brunetta a progettare la Nominell. Mica che puoi rimanere seduto a lavorare tranquillo: ogni venti minuti devi alzarti, far risalire la seduta, sgranchirti le gambe e ricominciare da capo.
Un altro loop. E ancora. E ancora.

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