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La teoria del gangster russo

dic 25, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  1 Comment

Il Presidente mi gira un link interessante, estremamente maschilista e divertente.
La guida al rimorchio, di Vice.
Tendenzialmente non link nulla di esterno in questo luogo, ma l’incipit si adatta perfettamente alle teorie spicciole per menti salmastre.
E mi rimbalza in testa da giorni. Che forse certe idiote strategie non sono cosi’ idiote.

Il modo migliore per assicurarsi una ragazza è’ dire “Non c’è problema.” Per tutto, non c’è problema, mi dice Peter, un gangster russo seduto di fianco a me. Se è in ritardo colmi l’attesa facendoti un drink da solo e quando arriva dici semplicemente ‘Ehi, non c’è problema’ e te ne vai avanti con la tua serata. Niente è mai un problema. Non mi richiami? Non c’è problema. Ti vedo dall’altra parte della strada con un altro tipo? Non c’è problema.
Peter ha attirato l’attenzione di tutto il tavolo. In un ampio gesto muove la testa a destra e a sinistra così lentamente che mi fa pensare si sia dimenticato di che cazzo sta parlando. Dopo essersi assicurato che tutti fossero in silenzio aggiunge, “…poi… quando finalmente dice quelle due parole. Quando finalmente ti dice ‘Ti amo’, RIVOLTI QUELLA PUTTANA E LA PUNISCI PER TUTTA LA MERDA CHE TI HA FATTO PASSARE!!!”
Peter è un palestrato spaventoso che parla con gli alberi e sta per andare in galera per doppio omicidio. Ha anche abbastanza ragione. Il modo migliore per ottenere la ragazza che ti piace è essere rilassati, distesi, poi una volta che ce l’hai ti trasformi in un gangster russo. Più facile a dirsi che a farsi.
Baccagliare le tipe è dura mentre tutto ciò che le donne devono fare per farsi trombare è dire si e sdraiarsi. Anche le tipe grasse rimorchiano bene se si mettono i tacchi e aspettano l’ultima chiamata. I neri riescono a scoparsi chiunque desiderino e quando vanno in Scozia anche di più.
Gay e lesbiche trombano così tanto che si sono già stufati di farlo. Che ne è degli altri 2.98756 bilioni di noi? Come facciamo a trombare? Continua a leggere, cazzone!

La teoria del gangster russo l’avrei dovuta scrivere io.
O meglio, l’avrei dovuta pensare.
Manco che si.

La mia teoria sull’amatriciana

dic 8, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

Arriviamo ad Amatrice in perfetto orario.
La strada, da Ascoli Piceno in avanti è un capolavoro di curve e gole tra gli appennini.
Viaggiare con Muke e Giò è quanto di più semplice si possa immaginare, anche con bagagli e griglie portatili. Spingiamo le nostre Vespe in salita e in discesa al limite. Non potevo immaginare che la campana della frizione da lì a poco si sarebbe aperta, ma questa non è la nostra storia. La nostra storia parla di tre Vespe, tanti tornanti e di Amatrice, una minuscola cittadina del Lazio, in cui c’è l’Hotel Roma.
Abbiamo allungato l’itinerario di un centinaio di chilometri per essere qui dove siamo ora, a quasi mille metri d’altezza, vediamo il Gran Sasso e una distesa di roccia ovunque. Tempo però ne abbiamo poco, parcheggiamo, scendiamo e ci sediamo a tavola.
L’Hotel Roma, dicono, è la patria dell’Amatriciana. Detiene da secoli la ricetta suprema. E noi siamo qui per mangiare L’Amatriciana. Tutto maiuscolo.
Impariamo subito che l’Amatriciana in origine era bianca. Ordiniamo un piatto in bianco e uno col pomodoro, a testa.
L’attesa è breve. Chiunque è qui per quello.
E poi la mangiamo.

Ora forse voi vorreste una descrizione. Se era buona o meno buona o
Ma che cristo volete sapere? Quella è l’Amatriciana.
E noi abbiamo fatto un’enorme cazzata.
Perché se tu assaggi l’Amatriciana paradigmatica, poi ogni amatriciana che assaggerai la dovrai necessariamente paragonare a quella.
Voglio dire, ho mangiato l’Amatriciana come dovrebbe essere.
C’è qualcosa da aggiungere? Volete sapere com’era cucinato il guanciale? O quanto pecorino c’era? Come faccio adesso ad andare in un ristorante qualsiasi, ipotizziamo, nel nord Italia, che novanta volte su cento ti serve una pasta con la pancetta affumicata a cubetti e il grana.
Come si fa? Io non l’ho più mangiata da allora. Impossibile farlo.
Per mangiare l’Amatriciana dovrò tornare ad Amatrice, fare duemilioni di curve, guardare il Gran Sasso, scendere gli scalini dell’Hotel Roma e ordinare quel piatto.
Noi abbiamo fatto una cazzata di dimensioni epiche.
Ci siamo fottuti l’amatriciana.
Però ho imparato. Sono andato a Napoli e non ho bevuto il Caffè del Professore.
Mica mi posso fottere anche quello.
Però lui me l’ha regalato, per la moka.
E adesso sono fottuto comunque.
Mi sono fottuto il caffè.

Convivere con un paradigma è un’esperienza che non auguro a nessuno.
Ma se decidi di vivere, finisci per abbracciare una quantita’ di paradigmi da renderti la vita impossibile.
Perché io ne voglio ancora di quei paradigmi. Che la realta’ è che è quando ci penso mi viene un cazzo di sorriso in faccia.
E c’è poco da dire. Perché questo è il mio 2010. E questi i sono i nuovi paradigmi:

La London Pride al The Victoria.
I visual per i 2manydjs a Torino.
Il sapore dei noodles di Noodle Oodle.
I Gorillaz in concerto al Roundhouse.
La telecaster in aeroporto.
Chris Cunningham a Murcia.
Sunday Morning alle 6 di mattina ad Ancona.
La drum n bass di Andy C.
Argiolas Costamolino a Orosei.
La Lambretta a Genova.
L’alba al Poetto.
Il caffè del professore.
Metropolis al Roundhouse.
La dubstep ai Murazzi.
I cannoli al Bar Alba Palermo.
Il mercato del pesce di Catania.
I gamberi crudi a Bari.
Le puntarelle di Roma.
Le puntarelle di Milano.
L’Ichnusa a Flumini.
Il bollito di agosto.
La grigliata di dicembre.
La pizza a Napoli.
L’amaca a Tortoreto.
La brioche dello Zozzo.
Gli Africa Unite a Bologna.
Il Metiusco a Otranto.
I Pearl Jam a Mestre.
I miei video nell’Arena di Verona.
Le polpette di settembre.
La rotolante Spoleto da Bar.
Il sole di novembre a Firenze.
Il melograno con lo yogurt del 7 dicembre.
L’Amatriciana di Amatrice.

Mi sono fottuto l’Amatriciana, forse.
Ma ogni paradigma è una storia.
E non posso che essere felice di avere così tante nuove storie da raccontare. Volete?

Ammettere fa dritti i pensieri

dic 2, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

Una volta, tornando a casa, trovai una mia ex fidanzata che circumnavigava il mio isolato in macchina, con i fari spenti.
Era una notte fredda, un po’ di nebbia, potrebbe essere stato un giorno a caso, sparso tra ottobre e maggio, che le notti a Cremona sono tutte così, diocristo.
Arrivai con la mia amata bicicletta rossa, scassata e rumorosa e la vidi, a cinquanta metri dal mio ingresso.
Procedeva quasi immobile. Riconobbi la macchina, ma non vidi il volto.
Solo la macchina, che non faceva rumore, un predatore in attesa dell’attacco. Mi venne in mente Lo Squalo, il film. Pensai alla musica. E quella macchina che girava lenta, buia, nella nebbia, mi faceva seriamente paura. Lanciai la bicicletta, corsi in casa, quattro gradini per volta. Infilai la chiave nella toppa. Aprii, il cuore che esplode. Non accesi la luce per non destare sospetti.
Il nemico ci osserva!
Scostai la tenda e guardai giù.
Niente. Poi da lontano… eccola!
La macchina-squalo fece ancora un giro, ancora senza fari, senza rumore. Oddio si ferma.
Apre una portiera! Aiutatemi, dannazione, aiutatemi!
Caddero fazzolettini per terra. Accese i fari e poi se ne andò.
Lanciare i fazzolettini dalla macchina era una sua prerogativa di vita, mai capito perché. Come non ho mai capito cosa volesse fare.
Che mi volesse investire? Che mi volesse sparare? Che mi volesse rapire? Che mi volesse parlare? Non lo so.
Però è stato strano. Cioè, parliamoci chiaro, ‘sta cosa del pedinare a me fa paura.

Che poi scopro che è una pratica abbastanza diffusa.
Tante persone che conosco si sono messe a controllare una persona. Io no. Perché mi sfugge il senso preciso della cosa.
Che non porta a niente se non all’evidenza di un’assenza o di una presenza.
Però chissà cosa si prova a stare lì, in macchina, nell’attesa. Dev’essere straziante.
Chissà a cosa si pensa.
Immagino mariti e mogli traditi che pedinano mogli e mariti fedifraghi. Una evidenza che ti devasta, un nichilismo necessario, quasi voyeuristico di un dramma annunciato.
Che lo sai già se il tuo compagno ti tradisce, no?
Il punto è che qui si esagera. È l’estensione totale della Sindrome dell’Ossezia. Non diventa più una questione di giochi di potere, ma qualcosa di più subdolo.
Che nemmeno l’evidenza basta più per sedare i dubbi. È cercare l’inesistente. È modificare il reale secondo la propria ossessione. Vuoi leggere tra le righe? Ma non esiste il settimo piano e mezzo. Non puoi entrare nella mia testa e sperare di vedere con i miei occhi. Non sono John Malkovich.
Che purtroppo le cose non vanno sempre come vogliamo.
È una sorta di sindrome del controllo che si declina tentando di cambiare lo stato delle cose. Sostanzialmente accade quando una situazione non va come vorremmo. Si perde attrito con la realtà, rimane un’ossessione.
Che sia una gelosia. Che sia un’invidia. Il sapere tutto di una persona fa in modo che tu riesca ad avere tutte le variabili sotto un ipotetico, irreale controllo. Ogni sua mossa sarà messa sotto setaccio, per cercare delle evidenze inesistenti. In evidente assenza di evidenze inesistenti, si procede con la produzione di bugie, con argini umani, mine antiuomo e carabine di precisione. Non basta sapere cosa provo o quello che penso. No.
Fingere l’amore o l’interesse, beh, io penso che sia francamente impossibile. A meno che tu sia un pazzo vero, ma chi te lo fa fare di fingere l’amore? Cosa vuoi sapere di più, se ogni minuto ti racconto cosa sono, come sono, come vivo, cosa voglio, come lo voglio.
Non riesco a capire cosa vuoi sapere di più. Sono convinto che l’ammissione sia uno slancio meraviglioso. C’è qualcuno che rimane statico per una vita. C’è invece chi sa lanciarsi. Non è semplice, ci vuole coraggio, ma deve succedere.
Ammettere fa dritti i pensieri.
Dire ti amo, seduto ad un tavolo di una cucina, in un primo novembre qualunque, di fronte a una persona sinteticamente immobile, beh, è difficile, ma distende il garbuglio. Ti amo. BUM. Si piange, si ride, si sta, non si sta e tant’è.
C’è qualcosa da modificare? È possibile farlo? No. Linea retta.
Che dico, cosa si può pretendere di più, se non una linea retta?
E invece qualcuno azzarda le curve.
Tenta di tendere con tensioni tentacolari e territoriali. Sono barricate attorno alla libertà.
E l’unico effetto reale che comportano è stato d’ansia, stato d’angoscia, stato di vergogna, sta testa di cazzo.
Sono adulto e tutto sommato dotato di un cervello.
Odio quando qualcuno mi sottovaluta e mi tratta da idiota. Purtroppo quello che non sanno con precisione è che a certi fascismi non c’è perdono. Non ci sarà mai.
Che se trovo sotto casa ancora qualcuno che mi pedina, magari glielo chiedo cosa sta facendo.
Ma no, ma no. Mi sa che scappo di nuovo.

La sindrome della neve

nov 30, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  1 Comment

Scopro che quando penso alla neve penso al silenzio.
Non penso al colore, alla consistenza o al sapore. Penso al fatto che quando c’è la neve, non c’è rumore.
Cioè, l’elemento base della vita, solidificandosi, ribalta diametralmente una sua fondamentale qualità: banalmente vorrei farvi notare che la gamma delle manifestazioni atmosferiche della pioggia è talmente vasta da lasciare senza fiato. E che la neve non è un temporale.
E sì, sono laureato, ve ne siete accorti.
Che la pioggia si fa sentire. Eccome se si fa sentire.
Cieli neri e tumultuosi, scrosci con lampi, tuoni e saette, alberi spaccati o divelti, grandine, fulmini globulari, fiumi in piena, disastri ambientali, fogne che trasudano di defecazioni urbane, diluvio universale, arca di Noè, Mosè e fornitura di ombrelli agli angoli delle strade appena scendono due gocce (ma come fanno?). Tanto per dire, l’acqua è in grado di fare un cazzo di casino.
La neve no.
Oddio, non sul casino, sia chiaro.
Prima l’aria diventa elettrica. Il cielo perde colore.
E poi arriva. Silenziosa la neve e la città pure. Diminuizione progressiva dei decibel.
Non so se è perché la gente si terrorizza subito e si chiude in casa o se perché effettivamente la neve ha delle proprietà fonoassorbenti. Però ti affacci alla finestra e un po’ sei contento.
Poi magari ti rendi conto che ti scombinerà un po’ i piani della giornata, devi spostare la macchina, mettere le catene, magari. L’altro giorno ci ho messo sei ore per tornare da Firenze e le madonne che non ho tirato sono proprio poche.
Però se ne viene giù molta è una festa. Che si chiudono le scuole e non si va a lavorare.
Ci si veste tutti un po’ a cazzo di cane, con i mammuth ai piedi (si lo so, si chiamano moon boot, ma mi fa più ridere mammuth, ok?), dicevo, prima che mi interrompeste, che si gira con i mammuth ai piedi e ci sono un sacco di attività di gruppo divertenti.
Tipo il lancio della palla di neve. Tipo la fantina, che è quando prendi uno e lo cacci per terra e lo riempi di neve.
Tipo fare i disegni nella neve fresca con la pipì (ma solo per i maschietti monelli). O lo slittino dal tetto della palestra Villetta dietro casa mia. O lo snowboard sugli argini del Po. In generale però il lancio della palla di neve è il divertimento più diffuso. Insieme alla fantina, chiaro. E anche il trascinamento altrui non è male.
Mi ricordo che il primo giorno che allo Chocolat hanno messo la Carlo V, la birra belga doppio malto da un milione di gradi, fuori c’era un casino di neve. E giravo con i mammuth. Solo che poi, per colpa della Carlo V, mi servivano i mammuth anche alle mani che a stare in piedi era un’impresa.
E anche in quell’occasione la neve ha fatto in modo di attutire i rumori. E gli urti. E le parolacce che mi sono preso (nota a margine: da quel giorno non bevo più Carlo V).
Dicevamo. Che poi si ferma, magari, la neve. Poi sta lì ed è bella un po’. Poi diventa marrone e poltiglia. E poi se ne va.
E tornano i rumori.
E sembra sempre che stia piovendo, per il rumore delle ruote nelle pozzanghere, che durano mille giorni all’anno, con tutta la neve che si deve sciogliere. E le strade rimangono disastrate, che i gatti delle nevi fanno sempre dei casini. E il sale sprecato.
Tutto pieno di cicatrici. È che mentre lo pensavo, beh, è facile traslare il concetto e renderlo antropomorfo.
Che alcune persone fanno così.
Arrivano e non è che lo annunciano.
Arrivano. Silenziose.
Ti affacci alla finestra e dici “cazzo, mamma, è arrivata!” e sei contento un po’, e ti vesti a cazzo di cane, ti infili delle calzature un po’ bizzarre e bevi la Carlo V e ridi come un matto. E stanno lì un po’.
E poi diventano marroni. E un giorno ti svegli e non ci sono più, solo ‘sto casino che è rimasto per strada che è la tua faccia. Ma proprio molto. E sembra davvero che siano passati mille spargisale e duemilioni di spazzaneve, con le pale unicinate e le bombe a mano.
Che se sento ancora uno che è contento che nevica, giuro, invece di fare a palle di neve, faccio a palle di merda.

La sindrome del canale

nov 11, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

Ho scoperto che se non dai da bere alle piante, non muoiono.
Stanno male un pochino, sì. Poi affondano le radici.
Cercano l’acqua dove possono e a volte la trovano, a volte devono spaccare il cemento, a volte sollevano le strade, scavano, scoprono una sacca di acqua e se la fanno bastare. Altre volte no.
E quando non ce la fanno, ho scoperto che non muoiono ancora.
Rimangono lì. Sembrano ancora vive, ma in realtà si stanno svuotando. Piano piano. Non te ne accorgi. Come quando viene buio nella stanza, non te ne accorgi mentre succede. Le foglie sì, quelle sì, crollano, ingialliscono.
Ma è solo la parte più esterna delle piante. Poi a un certo punto è buio. E bisogna accendere la luce. Ho scoperto che ci sono alcune piante che non lo danno a vedere se stanno male, se manca loro l’acqua per vivere.
Si lasciano morire. Ho scoperto anche che dopo un po’ effettivamente muoiono. E puoi arrivare con un carico di millemila litri di acqua buona, la più buona che c’è, ma l’unica cosa che rimane da fare è tagliare.
Prima i rami esterni, quelli più piccoli, quelli più belli, quelli che portano i fiori e le foglie.
Poi se è il caso, si tagliano quelli più grandi.
A volte rimane un moncherino appena di una pianta che prima era bella e enorme e poi, per qualche motivo, non le si è dato da bere e quindi è morta. Ma ci vogliono mesi, a volte anni.
Però poi è proprio un peccato.
Perché non è più la stessa pianta.
A volte poi bisogna proprio prendere il badile, tirarla fuori dalla terra, e buttarla via. Io vi posso assicurare di aver visto alcune piante di notte chinare i rami, tirarsi su le radici come fossero una gonna e andarsene via, in punta di piedi.
Un po’ scocciate, anche. Non fanno fatica perché la terra secca scivola via.
Si danno una ripulita e se ne vanno. Lo fanno quando hanno ancora un po’ di senno, prima delle varie mutilazioni. Le foglie comunque le hanno perse, i fiori praticamente subito. Ma almeno sono ancora tutte intere.
Invece alcune piante stanno lì.
Convinte che lì e solo lì si possa avere un po’ di acqua buona.
Non lo sanno che il mondo è rotondo e ci sono tantissimi litri di acqua da bere, gratis anche. Stanno lì e si lasciano morire. Convinte di dare fastidio, non si lamentano neppure. Che magari gli altri si accorgono che hanno dei bisogni.
Stanno lì e fanno il sorriso. “Sto bene io, sì.”
Non credeteci.
Le piante sono fatte così.
Che poi, intendiamoci, non hanno tante altre richieste. Anzi, sono più i privilegi che portano. Fanno ombra, cambiano l’aria, occasionalmente portano un buon profumo, ci si può appoggiare se si è stanchi, per leggere un libro, ed è bello averla attorno.
È che ci si dimentica di dare da bere. O si preferisce canalizzare l’acqua da altre parti.
Perché non tutte le piante hanno bisogno di acqua nella stessa maniera, ho scoperto. Alcune continuano a chiederne. Altre sembrano perennemente assetate. Solo che un po’ di acqua serve anche a noi, da bere, se no finiremmo disidratati, come loro.
L’eucalipto, per dire, è una pianta che necessita di tipo 90 litri di acqua al giorno.
Lo piantano per sistemare le paludi. Solo che poi continua a bere. E a volte prosciuga la falda acquifera. Pazzesco, eh. È una pianta molto bella, ed è enorme e le foglie fanno un bel rumore. Però bisogna saperle certe cose. Non è che puoi piantare un eucalipto nel giardino di casa tua.
Ho scoperto anche che le rose producono una specie di enzima che va nella terra. E se la rosa muore o viene spostata da un’altra parte, nella stessa terra non puoi piantare un’altra rosa. Pianti una rosa stupenda nella stessa terra e non vivrà mai. Sarà destinata a morire in tempi brevi. Quindi attenti.
E per il balcone compri delle piante bellissime e tutti i giorni le curi e dai loro da bere l’acqua insieme al sangue di bue e stai attento ai parassiti e lucidi le foglie. E intanto la pianta grassa che hai vicino al computer, quella piantina che non cresce molto, ma è lì, compagna da cento anni, testimone della tua vita, beh, te ne dimentichi.
E dopo mille mesi dici “accidenti, devo darle da bere”, e la terra è secca da far schifo, e tocchi la pianta grassa e si disfa tra le mani.
Andata.
Apri il sacco nero e ce la ficchi dentro e tanti saluti.
Coglione.
L’acqua che dovrei destinare ad alcune piante mi sembra di canalizzarla in altri discutibili obbiettivi.
Che ‘sti canali poi sono ormai dei labirinti intricati e a volte spero solo che l’acqua arrivi, ma non so bene se lo farà.
Io apro il rubinetto. Chi lo sa, poi. Sono lontane, alcune piante. O meglio. Ci sono piante che stanno lì da una vita e diventano un pezzetto d’arredo forse, dopo anni, e non mi rendo conto che anche loro hanno delle necessità.
A volte alzano i tacchi e, in punta di piedi, senza disturbare se ne vanno. Me ne accorgo tardi, quando magari sono in Spagna già da mesi e, tornando da Milano, con la pioggia che fa da sottofondo newagedelcazzo, vorrei dire loro: “ehi, vuoi un po’ d’acqua, ne ho che m’avanza! Che oggi l’ho data al lavoro, l’ho data ai sogni e l’ho data anche gratis a chi non la voleva.”
“Sono a posto così”, sono sicuro mi direbbero.
Non vogliono disturbare. Ma non bisogna credere alle piante. Dissimulano continuamente.
La verità è che hanno già preso il badile e se ne sono già andate a bere l’acqua altrove.
Giusto così.
E quindi ho un po’ di buchi nel giardino. Coglione.
Ho buchi nel giardino e sono pure un po’ assetato io, che l’acqua che ho è limitata e a volte non è neanche tanto buona.
E allora bisogna scegliere bene, bisogna scegliere meglio le piante che si piantano nel giardino. Infrastrutture tunnel e acquedotti che dissipano la pressione.
Ma che cristo. Canali su canali, succede che l’acqua finisce persa in una distesa di sabbia con una palma di plastica buona solo a sciogliersi al primo caldo.
Che se poi incontro quel testa di cazzo che quando passa mi lancia i mozziconi delle sigarette nel prato inglese, piatto e senza verde, giuro che lo meno.

La sindrome della piccola fiammiferaia

nov 10, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

C’era una volta una piccola fiammiferaia.
Era piccola e dolce, con un cuore grande e i sogni ancora in mano. Amava la vita, la abbracciava con lo sguardo, spizzicandone a piccoli morsi il sapore quotidiano della meraviglia. Occhi spalancati.
Dita sempre tese, braccia in avanti. Pronta allo slancio. La piccola fiammiferaia era cosi’, pura nella sua semplicita’. Ma era tanto povera. E il mondo tanto cattivo con lei. Oh, povera piccola fiammiferaia!
Come farai a sopravvivere quando cosi’ tanta gente ti vuole male?
Quando gli altri sono cosi’ crudeli con te? Poverina! Le guance rigate dal pianto e dalla fuliggine, la piccola fiammiferaia aveva ipotecato la sua vita in favore di un posto in paradiso, lontano da questo mondo brutto.

Ho conosciuto un po’ di piccole fiammiferaie. Sbattono le palpebre forti forti e ti guardano compassionevoli.
Mi porti in braccio? Si.
Mi pulisci la casa? Si.
Mi fai la spesa? Si.
Mi porti a cena? Si.
Mi compri l’anello di cherubini? (si, di cherubini, cristosanto) Si. Si. Si.
Si piazzano di fronte, piccole e indifese e fanno leva sul primordiale istinto del maschio di protezione, di salvaguardare la propria femmina. Ma uno: non e’ tua, non e’ sua, non e’ e non sara’ mai di nessuno.
La piccola fiammiferaia e’ sua di se’ medesima e basta.
E due: non pensano che sei un maschio, ma solo un povero coglione. Sanno perfettamente come fare per ottenere quello che vogliono da te, povero coglione.
E puntualmente glielo consegni, povero coglione.
E tre: lo fanno nella maniera piu’ efficace ed antica del mondo. Sbattendo le ciglia. Fiammiferaia del cazzo.
Parlano con un filo di voce, le senti appena e sembra che abbiano vissuto il putiferio della prima guerra mondiale, le bombe, la trincea, la prigionia, le mutilazioni. Non ho i soldi.
Pago io.
Non ho fame.
Mangio io.
Ho fame.
Mangia tu.
Premasticami, vuoi?
Voglio.
E gli altri sono cattivi.
Hai ragione.
Ma gli altri chi, di grazia? Gli altri chi!? Che io non li ho mica visti, sti altri qui. Dove cazzo siamo, dentro a Lost? Sono una tribu’ aliena che vive nascosta nelle fogne e fagocita la tua serotonina, di grazia!? Ma magari ci fossero, sti altri. Almeno sapremmo da cosa difenderci.
Invece no.
Sono le tue ciglia.
Lunghe.
Folte.
Nere.
Bionde.
Blu.
Io un’idea alternativa ce l’avrei, per i tuoi cazzo di fiammiferi. Ti offro da bere, ti faccio sbronzare, ti infilo uno straccio in bocca e diventi una magnifica molotov con la gonnella.
Presta solo attenzione alle ciglia finte.
Prendono fuoco prima del resto.
Ma gioisci: il nylon delle bugie produce una memorabile iridescenza.

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