Lettere al direttore

 25 October 2005 |
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La seconda volta che lo vide non fu esattamente come la prima.
Seduto sullo sgabello piu’ in ombra del piccolo bar, con una giacca grigia, sgualcita sulle maniche troppo lunghe, spolverata di zucchero a velo nevicato dalla colazione che si stava sgranocchiando, la sensazione di Zoe non fu per niente come la prima volta che mise su di lui quelle palle nere che si ritrova al posto degli occhi.
“Sembri uno squalo”, le disse.
Sorrise quella volta, come tutte le altre. Avrebbe voluto apparire ai suoi occhi non cosi’ forte come tutti amavano raccontare. Per una volta Zoe voleva fare la parte della donna, attrarre un uomo vero, non un ragazzetto insicuro. E magari vergine. E invece ando’ in quella maniera. Lo squalo. Strane coincidenze.
Anche otto anni fa Zoe odiava andare a bere il caffe’ con lui. Metodico e preciso, caffe’ corretto Stravecchio, da bere con tanto zucchero e appena tiepido, mentre fa passare il giornale partendo dalle lettere al direttore, cercando qualche sordido gossip cittadino, saltando a pie’ pari lo sport per arrivare alla speranza, ogni giorno confermata come vana e inarrivabile, di trovare qualcosa di buono nella pagina della cultura. In ogni caso l’area che trovava piu’ interessante erano le lettere, scritte da zelanti cittadini, sempre pronti a partecipare alla res publica, alla res mediatica, sciorinando noiosi luoghi comuni leziosi e faziosi, scritti sempre con modi sfarzosi, impreziositi da arzigogoli e birignao dialettali tradotti in forbito italiacano burocraticoso. Aveva i suoi preferiti. Pubblico attento, elevatosi ad osservatore, fedele alla testata, ligio al dovere tanto quanto un pensionato che ausilia alla messa delle multe. Roba di questo calibro.
Zoe si dovette sorbire il rito mattutino ogni giorno, sette anni fa. E, oltretutto, doveva rimanere attenta e lucida nel sedare gli sfoghi spontanei che ne derivavano puntualmente dalla lettura. Nicotina fumata nervosamente per finire.
La prima volta che lo vide, lo guardo’ per sei mesi. Ininterrottamente
La seconda volta che lo vide, distolse lo sguardo subito. Fece cadere tutto quello che poteva, si scuso’ sottovoce, e scappo’ via, sicura di non avere disturbato i suoi bestemmiamenti cerebrali. Se ne rammarico’, mentre gia’ il suono armonico dei tacchi sul porfido la portava al lavoro.

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