Tarm Tabs
Visto che tanti li cercano e purtroppo non ho tempo di rimettere in piedi un sito dedicato, vi lascio qui gli spartiti dei Tre Allegri Ragazzi Morti, compressi in un uno zippone.
Eccoli: Tarm Tabs.
Se vi va magari lasciate un commentino. Tutto a gratis eh.
La vera storia della mia Telecaster
Ok, lo ammetto.
Non stavo benissimo.
Ho comprato il biglietto per Londra per un impulso tachicardico scomposto più che per una decisione razionale.
Qualcuno si stupì. Perché partivo da solo, perché davvero, perché come mai, perché tra due giorni. La verità è che non serve molto.
Prenotare un volo all’improvviso non fa di te una persona interessante o unica.
Basta una carta di credito e dita buone per mettere i numeri vincenti in fila. E ho vinto.
Sono arrivato a Londra che era mattina presto, venerdì 17 ottobre 2010.
La mia amica invasata di astrologia mi aveva detto di indossare qualcosa di viola, che ci sarebbe stata la luna nuova. A me il viola fa cagare e pure l’astrologia. L’ho ringraziata e ho tirato dritto, fuori da Paddington, con occhi stanchi che si abituavano increduli a un sole che pareva fosse primavera. E gli odori di Londra, un misto tra il Burger King d’angolo e la mia felicità.
Denmark Street è una via lunga cinquanta metri. Scendi a Tottenham Court Road e vai verso Seven Dials. Di fronte c’è una bella libreria con dei finestroni enormi. A Denmark Street ci sono solo negozi di strumenti musicali. Roba seria, dove il vintage è veramente vintage. Chitarre da diecimila sterline a botta, legni pregiati, pezzi unici.
Entro da Wunjo, mi guardo attorno. Muri perlinati e moquette spessa cinque centimetri. Un distinto cinquantenne con giacca e cravatta alle prese con un assolo esorbitante su una Les Paul da cinquemila sterline. L’avrebbe comprata poco dopo. Amazing guitar, thank you.
La mia Telecaster l’ho vista immediatamente. Mexican Re-Issue ’60. Bianca. Ci sono altri colori, chiedo, la chitarra bianca non mi piace, penso. No, solo quella, ma provala, mi dice. E la provo.
E sarà stata Londra o la moquette anche nel cesso o la pancia ribaltata o il mio cuore che andava in frantumi, ma io in quel momento ho suonato come non ho mai suonato. E ad ogni nota si ricostruiva il sorriso, con una chitarra con l’accento british.
Esco e cammino per ore. Mi fermo come le api sui fiori in pub sempre diversi a bere delle gran London Pride. Alle quattro del pomeriggio sono sfiancato. Mi sdraio in mezzo ad Hyde Park e mi addormento, la Telecaster al mio fianco.
Mi sveglia un cane che gioca con il padrone. Bella vita, penso.
Pensa il privilegio di possedere un cane da portare a passeggio ad Hyde Park. Da lontano la città urla di traffico e impegni. Lì in mezzo c’è solo silenzio.
Tutto è cominciato ad Hyde Park, penso. Ricomincia anche questa volta.
Tre giorni dopo, da Heathrow a Roma Fiumicino, passo la dogana italiana con la chitarra sulle spalle come fossi una rock star.
Mi guardano eh. Mancavano solo gli occhiali da sole, il giubbotto di pelle già ce l’avevo.
E non passo neanche dall’hotel, vado al Palalottomatica diretto. Preparo il mio Mac, sistemo il mio nuovo ufficio e tiro fuori la Telecaster. Sdreng.
Il resto poi lo sapete.

Il mio ombrello rosso del Campari
Ultimamente sono felice quando piove perché posso sfoggiare il mio ombrello rosso del Campari.
Che detta cosi’ sembra una sciocchezza adolescenziale.
O meglio, detta così è decisamente una sciocchezza adolescenziale.
Ma in ogni caso penso che mi dia un certo tono.
Per la prima volta nella mia vita ribalto la più classica e banale meteoropatia in motivo di orgoglio modaiolo. Impugnando il mio ombrello rosso del Campari. Niente di ingombrante, sia chiaro.
Anche se non è che se ne vedano in giro molti. Anzi a dir la verità io non ne ho mai visto un altro in giro. E per questo ne vado estremamente fiero.
Intanto ve lo racconto.
Il mio ombrello rosso del Campari è uno di quegli ombrelli con il pulsantino per aprirli. Il pulsantino è ovviamente rosso. Lo pigi e lui si apre diligentemente, senza che tu faccia alcuno sforzo. La vela non è troppo larga, ma neanche troppo piccola. Diciamo che è una giusta misura. E comunque siamo d’accordo che la misura non conta, ma conta come lo usi (la cagata del secolo).
Ma più della cagata del secolo della misura, il mio ombrello rosso del Campari si fregia di una proto impugnatura ergonomica. Che di ergonomico ha proprio poco. Tipo che devi avere otto dita per non provare fastidio nel tenerlo in mano. Mentre scrivo questo, penso che probabilmente lo dovrei tenere con i piedi e un gomito, forse risulterebbe più comodo.
Oltretutto questa maniglia studiatissima per darti il più fastidio possibile ti impone di tenere l’ombrello rosso del Campari sempre in un verso solo. E il verso in questione è tale per cui tu abbia sempre la fettuccina col bottoncino atto alla chiusura della vela davanti agli occhi.
Quindi, mentre cammino con il mio ombrello felice della pioggia perchè posso esibire il mio meraviglioso Camparone sopra la testa, mi auto ipnotizzo con la fettuccina che continua ad ondeggiare di fronte agli occhi.
Il cappello di lana grigio che mi ha confezionato la Berta, nonna e vicina di casa di anni 90, taglia il mondo a metà.
E la fettuccina rende la metà un quarto, quella che rimane viva tra le palpebre, una porzione eludibile del visibile.
E’ che comunque sono orgoglioso del rosso che mi incorona. Sponsorizzato Campari fuori, sponsorizzato dentro. Brand On.
Che a dirla tutta questo meraviglioso feticcio con la fettuccia ipnotizzante l’ho sottratto all’oblio metropolitano.
Oddio, sembra una prodezza degna di un donchisciottesco eroe futuristico, per come ve la sto dicendo.
La realtà è che ero a Roma, tornato da Londra, con una Fender Telecaster sulla schiena.
Palalottomatica, finito il lavoro, notte inoltrata, qualche birra con i colleghi dopo lo smontaggio
Ci si attarda quel tanto che basta per dimenticare qualche pensiero che annoia, a lungo andare.
E gli zelanti uomini della sicurezza scelgono la via della chiusura preventiva. E ci barricano dentro, giustamente.
Mentre Roma decide di spegnere con duemila anni di ritardo il prodigioso incendio di Nerone con tonnellate di acqua, lampi e tuoni in grado di spaventare anche il più feroce degli dei dell’Olimpo dei miei coglioni.
E, sempre chitarra in spalle, in tre reietti incastrati ci ritroviamo a dover scavalcare con un gesto atletico le enormi muraglie ferree dell’impero della sicurezza: praticamente due metri e mezzo di cancelli che per il sottoscritto sono e rimangono uno sforzo fisico impossibile. In quelle condizioni poi. Con una Telecaster londinese che si chiede che minchia stia combinando il suo nuovo padrone.
Sta di fatto che comunque ce la faccio a scavalcare. Non chiedetemi come. Ma rimbalzo dalla parte giusta della libertà e mi ritrovo in una pozzanghera, da solo, che gli altri se ne sono già andati da un pezzo alla ricerca di un sacro kebab della notte, io con la mia chitarra elettrica da portare al riparo.
E visto che pare che l’era del consumismo coincida con la teoria di base dell’usa e getta, ecco, quella notte, sotto una tempesta del cazzo di acqua del cazzo in una Roma del cazzo, mi guardo attorno e vedo una montagna di ombrelli spaccati, dietro a delle transenne buttate là alla spera in dio.
Ce ne saranno stati una trentina. Brutti o rotti o demodè o piegati o sporchi o strappati o salcazzo.
Ma erano ombrelli e io mi stavo bagnando e anche la mia meravigliosa Telecaster nuova di pacca che ha scavalcato indenne la Manica, l’iva della dogana e un cancello troppo alto anche solo per potermi ricordare come cristo abbia potuto saltarlo.
Mi faccio al cumulo di ombrelli abbandonati e tra tutti, a caso, prendo quello rosso. E solo dopo averlo aperto scopro che non solo funziona, non solo è della misura giusta, ma è anche del Campari. Gaudio e godimento, segno del destino ineluttabile.
Ora ho un meraviglioso ombrello rosso del Campari. Funzionante, non ingombrante, col pulsantino automatico e che ha una storia da raccontare.
Ciao a tutti, mi chiamo ombrello rosso del Campari.
Piacere!
http://www.youtube.com/watch?v=TvItNU7RXeg
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