Superpoteri
Mi si incastrano tra le costole.
Si girano e fanno male.
E si rigirano ancora.
Quando li tolgo poi sanguino.
Ma poi mi aggiusto.
Sono un supereroe.
Santa Lucia in asfalto
I pantaloni ti entrano nella catena e nella corona. Ti trascinano per terra, un pedale per volta.
Con le orecchie tappate da musica che saltella, la colonna sonora di un disastro annunciato dalla sveglia che trilla, ottanta ore fa, mastichi l’asfalto che è carbone di zucchero.
Mamma, perché Santa Lucia mi ha portato il carbone? Sono stato cattivo?
No, hai solo assaggiato la disillusione del catrame.
Come la riconosco?
Funziona nello stesso modo, da secoli, sciocchino.
La più grande truffa è Babbo Natale. Assaggia un po’ di sassi.
Che anche metà della vita è così. E non ci credi piu’. E basta. Imboccati.
E’ come quando ti dicono che Babbo Natale non esiste. Ecco. Ingoia.
Che quindi ripensi a tutte le attese, l’albero e i regali e dici: mi sento preso per il culo. Deglutisci.
E dici: allora era tutta una farsa. Digerisci..
E dici: non mi faro’ mai piu’ fregare da Babbo Natale. Rimani in linea, si?
Babbo Natale deve morire.
Ripeti con me. Babbo Natale.
Deve.
Morire.
Se avessi avuto un figlio non gliel’avresti mai raccontata la storia di Babbo Natale.
Perche’ la bugia che viene perpetrata in anni non vale il gusto della sorpresa della venuta di Babbo Natale.
Trovi inaccettabile scoprire l’identità di Santa Lucia. Alla stregua di un super-eroe, tu non puoi essere un maggiordomo rintanato in una caverna o qualche organizzazione che tutela i suoi diritti.
Sei solo un bambino che si fida di quello che gli viene detto.
E la prima volta che la fiducia si e’ incrinata e’ stata per colpa di Babbo Natale.
Babbo Natale deve morire.
Ora pedala e suda e bestemmia fino a quando gli auricolari del tuo ipod si sono fusi a furia di bassi nelle tempie.
Spizzica la strada a morsi e inventati.
E apri gli occhi che non aspetti più Santa Lucia, ti sono spuntati i capelli bianchi, quelli rimasti e un sorriso a metà.
Che il risveglio è difficile oggi che è il 13 dicembre.
Perché non c’e’ Santa Lucia che arriva.
Arriva solo una persona che ti mente, per un po’, e poi se ne va.
E allora preferisci non credere a Santa Lucia.
Santa Lucia sta da Uomini e Donne. Santa Lucia fa il pubblico di Forum.
E allora che si diverta e mi lasci in pace, dici.
Finta quanto quello che dona.
Il suo cazzo di carbone se lo può mangiare lei, un pezzo per volta. insieme all’asfalto che tu ora, qui, tieni nei palmi, tra l’epidermide e le falangi.
Terzi
Un terzo della vita mangiando.
Un terzo della vita millantando.
Un terzo della vita negando.
La sindrome del giardino del vicino
Vai a teatro.
Sei in coda.
Davanti, un uomo, pelato ma con i capelli lunghi, con una giacca di velluto nera che puzza di naftalina e un dolcevita nero che sa di Valle degli Orti.
Dietro, una coppia annoiata di cinquantenni con bambino, biglietti omaggio di qualche banca e/o fondazione e/o associazione culturale.
Davanti, l’uomo gesticola animatamente con la compagna, capelli lunghi, crespi, grigi, unti di olio motore.
La coppia e’ cosi’ apatica che si muove meccanicamente, occhi vuoti, verso la cassa. Incurante dell’ingombro della tua persona.
Ogni movimento dell’uomo pelato e’ una tempesta di neve. Etti di forfora che crollano sulle sue spalle, nell’aria, microparticelle di pelle morta che tentano di insinuarsi nella tua bocca, nel naso, negli occhi, nei pori, aliene otturazioni epidermiche.
La coppia avanza, imponente. Il bambino gioca, ti urta. La donna dai capelli crespi ride a crepapelle ed e’ in amore con il pelato, devono essere un’ufficiosa coppia di amici dalla passione comune. Lei non perde il contatto visivo con il pelato, e si accarezza ossessivamente i capelli, spostando le ciocche unte da sopra l’orecchio, che cadono drammaticamente con tonfo sonoro.
La coppia avanza, ti spingono, ti giri per reclamare, il bambino gioca, ti urta e tu finisci contro la schiena imbiancata dell’uomo pelato. Polvere di stelle, come quando giri le bolle di vetro con la neve dentro, che vortica attorno all’ignaro e immobile pupazzo di neve al centro della scena. L’uomo pelato si gira, sorride, denti marroni e grigi, chiedi scusa, lui dice si figuri e svieni istantaneamente nel fango del suo alito.
La donna crespa pratica una respirazione bocca a bocca che ti da il colpo di grazia definitivo.
Ti risvegli nel tuo posto in platea.
Tutto e’ perfetto, mancano cinque minuti all’inizio. Le maschere aiutano gli ultimi a trovare sistemazione, sottile brusio di sottofondo, conciliante.
Ti rifai, riassapori la vita. Le luci calano. Il brusio si disfa. Inforchi gli occhiali per goderti la pièce da tanto agognata.
E nell’istante di buio in cui sbatti le palpebre e infili le lenti, si materializzano nell’ordine:
1. un giocatore di pallacanestro, davanti;
2. un universitario scostante, alla tua destra;
3. un affabile anziano con spessi occhiali, alla tua sinistra;
4. una coppia sui trenta, dietro.
Nero in sala.
Silenzio.
Sta per partire l’overture.
Inizio.
Sincronicamente;
– il ginocchio dell’universitario scostante parte con un movimento periodico, sussultorio, nevrotico, che induce il tuo sedile al massaggio lombare;
- il cellulare dell’anziano signore inizia a suonare, perso in qualche anfratto del pesante paletot adagiato sulle gambe;
- la coppia starnuta, prima lui, poi lei, bagnandoti la nuca;
- il giocatore di pallacanestro si issa per bene sul sedile, perche’ di fronte a lui si e’ seduto un pivot del Baracca Lugo, quella cazzo di squadra che non tollera.
Mentre la gambetta impazzita dell’universitario ti scuote, il simpatico vecchietto ti prende per un braccio e sottovoce ti urla “SI SPENGONO I TELEFONINI EH!”, ma e’ il suo, gli dici, “SILENZIO!” risponde e gli prendi il paletot a pied de poule, infili la mano nella tasca lui urla “AL LADRO!” prendi il telefonino, leggi sul display “Mamma”, pensi quanti cazzo di anni la madre di questo vecchio bastardo, sorridi di circostanza, stacchi la batteria, tutto torna in silenzio, il giocatore di basket si gira, dice sssshhh, i due dietro tossiscono l’inno inglese, l’universitario dice VAFFANCULO con l’alfabeto morse della gamba e in tutta la sala c’e’ un mormorio di disapprovazione.
Tu, cattivo.
Tu molto cattivo.
Due note ancora e dietro sussultano una scarica di tosse, lei apre la borsetta stando attenta a non fare rumore, ci infila le mani dentro e fruscio di carte e cartacce, probabilmente una colonia di brandelli di alluminio, di plastica, di plexiglass, di rame, biglie, sonagli, raganelle e nacchere, tutti all’unisono, perche’ lei vuole trovare un minchia di Benagol.
Lo trova dopo 157 secondi netti, di assordante e incessante tramestio manipolatorio, silenzio di attesa per ben tre secondi e proprio durante la prima battuta della sospirata pièce, lei pigia sul Benagol in un fragoroso SCLANC.
Starnuto e tosse.
COFF.
Benagol in bocca, cozza contro i denti.
CLENKCLENK.
Il simpatico nonno, sempre attento al tono di voce, “MA QUELLA E’ GIULIETTA?” e tu gli dici “ehm, no, questo e’ Beckett, sa?”, il cestista si irrita, si gira, ti prende per il bavero e dice “adesso basta” con una diplomazia paragonabile a quella di Ivan Drago.
L’universitario saltellante sbuffa la sua noia. Ci dovra’ scrivere una tesina su sta roba.
Estrae un iPhone e per il resto del tempo sara’ un gran pizzicare, pigiare, scorrere, scivolare, menare lo schermo estremamente piatto, estremamente luminoso.
Ti guardi attorno.
Sospiri.
Per i rimanenti 120 minuti sara’ una battaglia con la pazienza.
Nell’inferno del pubblico pagante.
E poi ti accorgi. Una brezza leggera. Giri il capo. L’ineluttabile e’ qui.
Che il pubblico di appena due posti piu’ in la’, tutt’attorno, a 360 gradi, e’ costituito da filosofi, critici letterari, bellissime donne single in attesa di un incontro, rockstar dal cuore d’oro, gentili massoni, mecenati desiderosi di finanziare i tuoi sogni e una compagnia di sordomuti, perdipiu’ affetti da nanismo.
Insomma, le persone migliori sono sempre la’, due posti piu’ lontano.
Ma tu no. Tu ci sei in mezzo.
Nell’inferno epocale.
Il punto e’ che non solo il vicino ha il giardino piu’ verde, e’ che tu vivi in un monolocale nemmeno a norma.
Forse e’ il caso di chiamare Tecnocasa.
E
fa strano scriverti ancora pensavo di averti persa
e forse ti ho persa
e lo so
e sono cretino
e lo so, lo so
e non so cosa dire
e sono qui
e tante e guarda quante e
troppe e
le conosco le e
non mi piacciono le e
come i puntini
a me piacciono le frasi lunghe e ragionate, con le virgole (vedi?) e le parentesi – come sono bravo; e i punti e virgola e i punti e a capo, ma le virgolette no perché è un modo di dire storto, quando dovresti dire le cose diritte e senza punteggiatura in alto perché secondo me la punteggiatura deve stare in basso che in alto ci stanno le idee e i punti di domanda, no? e i due punti: come costruire. come due occhi che ti guardano mentre pianti i mattoni e dici: ok: adesso: costruiamo: il: discorso: costruire il discorso e pensare non fare pasticci e invece (guarda un’altra e) ecco che arriva un’altra e
e non credo
e non penso
e non voglio
e non posso
e non sono
e non tento
e non rompo questa nenia che ha la e, che non sopporto, e anche il non, che non lo voglio e credo e penso e voglio e posso e sono e tento e ritento e tentenno ed eccomi ancora ad arzigogolare le dita in queste parole che non stanno insieme più e allora un’altra congiunzione che non connette e non ammette concessioni e dunque non significa niente e sto qui e mi fermo e mi spengo e finisco
Precipitazioni
Le insistenti precipitazioni rendono gli uomini – e le donne – instabili e tendenzialmente solitari.
Infreddoliti dall’umidita’ e abbattuti dal grigiore cittadino ci si rintana nelle proprie case, aspettando che tutto quanto finisca.
Una coperta per sentirsi meno soli con la tv in ebollizione, sintonizzata su qualche urlante reality.
E mentre l’intolleranza cresce, i sorrisi sono progressivamentedimenticati.
Sono mesi che e’ cosi’.
E l’unico giorno di sole buono per essere felici e’ l’eccezione che conferma la noia, un altro nome per definire il tumore della vita moderna.
Pillole per ritrovare l’entusiasmo di sopravvivere.
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