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Sara Perfetti

ott 8, 2010   //   by gasta   //   Diario  //  3 Comments

La pelle di Sara Perfetti era bianca e sottile. L’uniformita’ candida con cui avvolgeva ogni singolo centimetro del suo corpo era testimonianza di un atto divino. Non fosse stato per quel porro purpureo che, stentoreo, decretava la sua superiorita’ dalla sommita’ della narice destra del naso e la sbeffeggiava spavaldo, con malcelata ironia. A un paio di occhiali squadrati dalla spessa montatura nera spettava il compito di mascherare l’atroce delitto perpetrato dal porro sulla pelle algida.
Sara, giurò il tre settembre di quell’anno, avrebbe portato al patibolo chirurgico quell’onta verrucosa nello stesso istante in cui avrebbe compiuto la maggiore eta’: matematicamente, dieci anni precisi da quel giorno. Per fugare ogni dubbio nel lettore sulla risolutezza della nostra, possiamo confermare con tutta onesta’ che la promessa a posteriori fu rigorosamente mantenuta.
Ma in quell’anno, Sara Perfetti era l’unica bambina del quartiere. E il quartiere era un mondo troppo grande per sfuggire dalla macchinosa noia con cui ogni giorno era precisamente identico al precedente e al successivo.
In ogni caso, Sara riusciva a sorridere. Amava intingere il cucchiaio in un barattolo di miele e succhiarlo fino a rovinarsi il palato; traeva un inaspettato piacere nell’ascoltare infinitamente il rumore della puntina del giradischi quando la canzone e’ ormai finita; godeva letteralmente nel calzare gli zoccoli di legno massello, trottare per casa, ballare il tip tap, spaventare le tortore a centinaia di metri di distanza.
Ma la vera avventura era scalare il lavabo del bagno di servizio, issarsi sullo stendipanni da muro e osservare dalla piccola finestra troppo alta per Sara i traffici di Francesco Caperchi, subdolo ricettatore di periferia e spacciatore dalla merce scarsamente garantita, ma tutto sommato rispettato e accreditato dal ridente quartiere Villetta, sin dal 1976.
La pelle di Francesco Caperchi era una battaglia navale. Unendo i punti neri sul viso sarebbe sicuramente comparsa una figura di senso compiuto, o forse il vaticinio del quinto segreto di Fatima. La fronte era sempre aggrottata e sempre piu’ alta, incorniciata in capelli unti e lunghi e fini e radi dall’attaccatura vampiresca e da ampie stempiature per concludere la curvatura generale. La spina dorsale era ricurva dall’esperienza e dall’abitudine a nascondere; le mani veloci nel cercare, passare, trovare, prendere e dare. Il sorriso congelato, lontano, ma in qualche modo rassicurante. Francesco passava le giornate appoggiato alla balaustra che dava sui posti macchina del palazzo di sette piani, tipica architettura popolare pericolante di fine anni sessanta.
Si dondolava con il piede e gingillava un orologio da taschino, un vezzo abbracciato per pura posa.
Sapeva dello sguardo interrogante della bambina. Lo sapeva e si ritrovava a fare ancora piu’ il duro, immedesimatosi sempre piu’ nel ruolo di subdolo ricettatore e spacciatore accreditato di quartiere. L’osservazione del mondo esterno da parte di Sara non era gradita da nonna Berta, che reclamava la penzolante nipote a gran voce, spalancando la porta del bagno come fosse quella di un saloon.
“Sara, non sei una scimmia, scendi subito da li’!”
Con un tonfo sordo, Sara si lasciava cadere nei pochi centimetri quadrati liberi tra vasca da bagno, muro e gabinetto, rischiando ad ogni balzo di spaccare le mattonelle con i suoi zoccoli di legno.

Me riflesso

ott 23, 2009   //   by gasta   //   Diario  //  2 Comments

Stanotte ho fatto un sogno che mi ha turbato molto.
E’ estate.
Sono in bagno, a torso nudo, a lavarmi i denti.
A un certo punto sento dei passi, mi giro e ci sono io me stesso medesimo che mi guardo. Mi spavento.
Poi mi guardo nello specchio e penso: “Ah, c@xxo, tranqui, e’ solo lo specchio”.
Ma in realta’ c’erano 4 me. Me, il me dello specchio, quell’altro me nella realta’ e il suo riflesso.
L’altro me nella realta’ si muove davvero come se fosse un riflesso.
Mi avvicino e lui si avvicina. Mi allontano e lui si allontana.
Vado avanti a lavarmi i denti e poi l’altro me reale smette di imitarmi e comincia a prendermi a pugni.
Ma forti.
Mi sono svegliato che erano le 6.49, in ritardo di 4 minuti sulla sveglia e nel sogno ero morto, mentre l’altro me sgnignazzava felice a furia di cartoni, calci e insulti.

Antiacidi

ago 28, 2009   //   by gasta   //   Diario  //  No Comments

Tra gli eroi piu’ in voga nel mondo della letteratura, del cinema e delle serie televisive ci sono quelli con una abilita’ magica tale da renderli quasi invulnerabili. Uno status insolubile da cui non possono e – a quanto pare – non vogliono fuggire, cosi’ particolare da rendere persone normali veri e propri cavalieri dell’oscurita’ acquisita. Una scienza dell’innato che li tiene stretti in una morsa dell’incoscienza e fa di loro burattini dei fili alpha cerebrali.
La veglia e’ mortale.
Il sonno non esiste.
Sonnambuli per una vita.
Gli insonni sono esseri superiori!
Dicevo, gli autori internazionali li adorano. Da Sandrone Dazieri, con il suo alter ego Gorilla, Josh Bazell, nella sua divertente opera prima “Vedi di non morire”, con un personaggio degno di Palahniuk. E proprio lui, creatore insonne di Tyler Durden. E ne potrei citare ancora mille, ma aggiungo solo il Dr. House e Patrick Jane in The Mentalist.
L’ insonnia li rende essere superiori. Mitologici.
I loro sensi sono alterati e captano tutto cio’ che accade intorno a loro.
Non dormono per motivo, giustamente, altissimi. Insoddisfazione per la propria vita. Ricordi di un trauma violento, dall’assassinio della propria famiglia, la propria gamba che duole, o quantaltro.
Io vorrei sottoporvi un nuovo eroe insonne. Gode degli stessi identici poteri dei qui sopra personaggi, chiaramente. Risolvera’ omicidi, rapine e casi clinici.
Si chiama Antonio e non dorme perche’ ha subito un trauma. Non perche’ il mondo e’ marcio. Non perche’ la moglie l’ha lasciato. O perche’ qualche suo caro e’ stato ucciso.
Antonio non dorme perche’ ha mangiato la pizza con la salsiccia e i peperoni.
Ecco perche’.
E la sua e’ una dipendenza grave e omicida tanto quanto lo e’ il Vicodin per il Dottor House. Tanto quanto lo e’ Tyler Durden per il narratore di Fight Club.
Non puo’ farne a meno, della sua pizza con peperoni e salsiccia.
Antonio sa che non potra’ dormire neanche oggi perche’ il suo bisogno di pizza lo parassitera’. E lo terra’ in piedi a tentare di digerire l’ennesimo boccone.
Questo sara’ il nuovo eroe.
Poi qualcosa mi inventero’.
Nel frattempo mi faccio un bicchiere di citrosodina.

Oculista

apr 29, 2009   //   by gasta   //   Diario  //  1 Comment

“Chiuda tutti gli occhi tranne quello in alto a sinistra.”
“Ora chiuda il sinistro basso, l’alto destro e gli altri due li incroci”
“Bene, ora cominci a leggere qui. K, R, S. Bene, adesso la riga sotto. t, p, q. Bene, ora procediamo con quella sotto… ehi, ehi, richiuda subito gli occhi in alto!”
“Dunque, lei ha una leggera miopia sull’occhio basso destro, quello a sinistra in alto sta abbastanza bene, un 25 di astigmatia, quello in basso a sinistra invece bisognerebbe farlo operare che ha una piccola corneite e… oddio, mi scusi, mi sono perso un attimo.”
“La fattura la intesto a Zero Dottor o Dottor Zero? Va bene, fanno 2000 euro. Grazie arrivederci!”

Intolleranza #02 – Signora Maria

gen 29, 2009   //   by gasta   //   Diario  //  No Comments

“Mamma, come stai?”
“Per l’amor d’Iddio, Marco, ancora ti servono dei soldi?”
Per l’amore d’Ovidio, nella contingenza un bastardo (tecnicamente figlio di un bastardo e un bastardo mezzo lupo) con 14 anni di colesterolo iperselezionato sulle spalle. Praticamente una ghiandola sudorifera a quattro zampe, una coda e qualche porro in via di decomposizione.
Ovidio il riciclante, Ovidio il wurstel di pelo (sempre meno, a dir la verita’), Ovidio che da che c’e’ memoria di lui non ha mai passato un giorno senza scovare della frittura mista dal pattume, fosse pesce, patate o piu’ semplicemente (e facilmente) olio nero buono per il diesel.
Maria lo fissa e con un cenno gli fa “andiamocene”. Non apre bocca.
Riserva poi una lunga, pesante occhiata a Marco.
“Grazie al cielo tuo padre ci ha lasciati gia’ da undic’anni, se no lo sentivi.”
Teatrale se ne va.
Ovidio al fianco, ciondola stanco come ogni escrescenza sottocutanea che lo accompagna, con lo stesso umore che puo’ regalare l’ennesima giornata di pioggia.

Intolleranza #01

gen 12, 2009   //   by gasta   //   Diario  //  2 Comments

Povera Anna, non sa davvero piu’ che fare!
L’additano, e lei non lo puo’ digerire.
L’indicano dal fruttivendolo. Dal meccanico. Anche dal ginecologo!
Povera Anna.
Parlottano silenti con occhi furbetti e dicono: “E’ lei, visto? E’ lei! E’ lei!!!”
E la puntano, con gli indici coperti sotto le borsette, dal ginecologo, sotto le borsine dal fruttivendolo, sotto la chiave del 13 dal meccanico..
Si affretta, dunque, raccogliendo le arance appena comprate, imbustando le gomme per la sua vecchia 2C, riprendendosi le ovaie, in mano al suo medico, e scappa, gambe levate, occhi bagnati, capelli slavati.
“Ancora di corsa, signorina Anna, vero? La fanno scappare le occhiatacce della gente, si?” – dice Paoletta, un’opulenta signorotta, custode del palazzo di Anna, matrona, matrigna, pappona di un bordello multilivello.
Bofonchia qualcosa, Anna. Vorrebbe dirle, vada al diavolo, bagascia!
Ma tutto quello che riesce a tirare fuori e’ un sorriso malgiusto. Circostanza. Per la quiete. Corre e si infila nell’ascensore.
“Ma lo sanno tutti, signorina Anna. Lei e’ una rovina famiglie, ha capito? Una rovina famiglie!”
L’additano, povera Anna.
La indicano, puntano con l’indice nascosto, ammiccano e fanno gesti. Sotterfugi. Silenziosi.
Colpevole, dalla giuria popolare.
La pena di perire sotto gli sguardi imperiosi.
“Zitto.”
Ciarlano sul pianerottolo, ancora.
Sfodera le arance, le gomme nuove.
Estrae le ovaie. Mette tutto in una terrina, dopo averla imburrata e frulla tutto.
“Zitto e mangia”.
Lui, organo sessuale in erezione, mozzato dalle estremita’, una bocca, senza occhi, ingerisce, monco.
“Bravo. Non starli a sentire.”
E lo cavalca.

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