Yes 5
Praticamente sono cresciuto in mezzo ai matti.
Che detta così può sembrare una frase da stronzo, pure.
Ma perché è vero.
E’ vero sia che sono stronzo, sia che sono cresciuto in mezzo ai matti. E no, in questo caso non parlo della mia famiglia. Anche se certamente potrei scriverne di storie, sul condominio in cui vivo.
Ma non oggi, oggi non è il caso di parlare di famiglia. Oggi parlo di matti.
Che intanto da qualche anno non si possono più chiamare matti.
Quando ero bambino io, invece, si potevano chiamare senza problemi così. E non c’era connotazione negativa. Io mi ricordo quando mi diceva mia madre “eh, lui è matto”.
Magari non era proprio politicamente corretto, pero’ almeno si arrivava al sodo subito, senza parafrasi tipo “persona come noi, ma con una sensibilità diversa”.
No. C’erano i matti, e c’erano i manicomi. Non so quanti traslochi ho fatto nella mia vita, ma il condominio in cui vive mia nonna, beh, quello è rimasto un punto cardine nello scenario urbano della mia vita. La mattina, quando l’asilo era chiuso, mia madre mi scarrozzava fino a quella casa, prima di andare al lavoro.
E quando ero alle elementari, ci tornavo a piedi per pranzare e lì aspettavo mia madre che tornasse, puntuale, appena finito Non è la rai. No, non che mia madre ballasse a Non è la rai. Finiva di lavorare allo stesso orario in cui finiva Non è la rai. Oddio, magari lavorava a Non è la rai, non ci ho mai pensato.
Però, un bel condominio in un quartiere di periferia cremonese.
Il massimo della libertà che mi era concessa era di andare all’oratorio, parrocchia di San Sebastiano.
E le prime risse.
E il sacchetto di gigiole miste da mille lire.
Anche le partite a calcetto, a calcio balilla e a double dragon.
Catechismo, comunione e cresima. La cosa divertente è che dietro all’oratorio c’era il manicomio di Villa Salus. Cioè, non era divertente. Era così e basta. Non ci siamo mai posti il problema o domande sul perché mischiati a noi ragazzini ci fossero degli adulti che si comportavano come noi, o peggio. Era un assunto: si va all’oratorio e ci sono i matti che girano. E da che mi ricordo io non abbiamo mai avuto alcun tipo di problema con loro.
Con l’anziano barista dell’oratorio, l’odioso Piazza, beh, con lui si.
Ma lui era normale, dicevano. Non era matto.
La realtà è che Piazza ci odiava tutti, dal primo all’ultimo. E se avesse potuto avrebbe fatto una strage di bambini.
E una volta le ho prese anche, con il suo cazzo di bastone.
Tutta colpa di Double Dragon che mi aveva fregato le duecento lire. Piazza, se ci sei batti un colpo.
Invece, i matti che avevano la libera uscita erano tranquilli. Oddio, magari erano solo molto molto sedati, ma a me sembravano tranquilli.
C’era la signora che passeggiava spingendo la bicicletta, con due borsine della coop piene di insalata, e che accarezzava ogni siepe e pianta che incontra. C’era il signor Rossi, che sosteneva di aver perso un miliardo di lire in azioni. C’era quello che passava tutto il giorno a pettinarsi i capelli, tenendo ferma la mano e muovendo la testa, come i gatti.
E poi c’era Yes5.
Era il mio preferito. Era il preferito di tutti.
Personaggio incredibile. Il primo incontro con Yes5 fu durante la festa dell’oratorio.
C’erano i gruppi che suonavano dal vivo, perlopiù canzoni di chiesa. Una noia mortale, anche per un ragazzino di 6 anni come me. Poi arrivo’ il momento di Yes5. Prese il microfono e intono’ una canzone che ancora ricordo.
Faceva così: “Il Sole, la luna, le stelle e san sebastiaaanooooo”.
Applauso scrosciante. Puro genio. Gran cuore.
Yes5 soleva passare le giornate appoggiato al muro della chiesa.
Aveva degli asterischi disegnati sul dorso delle mani, sulla trachea, sulla nuca.
Una radio a transistor rossa, sempre accesa, sempre a volume spropositato, sempre poggiata stretta all’orecchio, sempre costantemente sintonizzata sul niente.
Rumore bianco imperterrito e impenitente.
Sshhhhh.
Un giorno mi feci sotto.
Gli chiesi. Cosa? Lui disse che stava aspettando un segnale dagli alieni. Disse che parlavano con lui, spesso. Ma che era un po’ che non parlavano. E allora aspettava che gli parlassero.
Ssssshhhhh.
Yes5 era stato anche un giocatore di calcio, del Monza, se non ricordo male.
E comunque era un artista. Disegnava i galli delle squadre di calcio. Erano dei galli, con le piume colorate come le squadre di calcio.
Il gallo della Roma era giallo e rosso. Quello dell’inter nero e blu.
Era molto fiero delle sue opere. Quando veniva alla Pergola le metteva tutte sul tavolo, orgoglioso, ordinava un rosso e stava lì, facendo finta di niente.
Quando gli chiedevo se mi vendeva qualcosa, lui diceva che non poteva. Pero’ a volte i galli del calcio li regalava.
Le dediche erano meravigliose. “All’egregissimo playboy + + + dall’egregissimo artista Yes 5 + + + ++++!!!!!!!”
Più + c’erano, più eri importante. Io ho raggiunto al massimo + + +.
Chiara invece, la sua preferita, aveva uno stuolo di +. + grandi + meno grandi + medi + al quadrato.
Una varietà di + degna di uno studio sul segno. Io sono sempre stato interessato dalla sua follia.
Perché tutto sommato mi sembrava una follia educata e quantomeno condivisibile. Che disegnava galli colorati, che li regalava a chi gli pareva.
E si, che parlava, anzi, che aspettava che gli alieni venissero.
Quando arrivava, io mi facevo sempre sotto.
Era il 1999.
Eravamo alla Pergola.
Eravamo dentro in pochi, mi ricordo della Giò, tavolo all’ingresso, seduti, io lei e Yes5. Si fumava ancora dentro, bei tempi cazzo. Lui tira fuori un pacchetto di sigarette mai viste, mi pare si chiamassero Europa, qualcosa del genere.
Gli chiedo che sigarette fossero, lui dice che sono le sigarette che gli hanno dato gli alieni, qualche mese fa, in Porta Romana.
Ah, dico, li hai incontrati ancora? Sì, dice. E cosa ti hanno detto, insisto.
Dice, che vengono a prendermi nel 2000.
Lui è un matto, dicono.
Anzi, dicono che fosse matto, che è morto di infarto e che non c’è più.
Un anno dopo, ottobre 2000, Yes5 è morto.
Ma sticazzi. Io dico che ce l’ha fatta.
Che gli alieni sono venuti a prenderlo, a Porta Romana, e se lo sono portati via, lui, la sua radio e i suoi galli.
Sono sicuro. Almeno, lui ci ha creduto fino in fondo, fino a schiantarsi.
La sindrome del tunnel televisivo bidirezionale
Il calcio.
Benedetta maledizione del nostro paese, flagello e sollievo di intere generazioni di tifosi, massaie e fedifraghi.
La domenica, per anni, è stata il suo regno. I sei giorni precedenti, i sei successivi erano per gli italiani semplicemente inutili, un enorme intervallo prima e dopo la vita sul campo.
Poi sono arrivate le pay tv e hanno scombinato un po’ tutto, con le coppe e gli anticipi e i posticipi.
E ora è sinteticamente sempre domenica. Ma non importa ai nostri fini euristici.
Qui si argomenterà un’idiosincrasia, una sindrome che ho riscontrato in un gran numero di italiani.
La sindrome da tunnel televisivo bidirezionale.
Per parlarne dobbiamo tornare indietro di vent’anni.
Scendiamo nel dettaglio.
Scena: mamma in cucina a stirare di fronte a Domenica In, babbo in salotto, pronto per il fischio d’inizio già dalle otto di mattina.
Il divano diventa il talamo per il pomeriggio d’amore calcistico. Il pendolino di Mosca pendola, Pizzul sgranocchia le corde vocali, i giornalisti aggiornano puntuali di prodezze sportive e di tafferugli, Biscardi processa punzecchiando, i tubi catodici catatonicano.
Tutto regolare.
Sono le 14 e 30 quando il quartiere si ferma. Silenzio. È quasi ora.
E nell’afono nulla atavico del pre-calcio-d’inizio, il cruciverbone va in frantumi e la Bonaccorti strilla e i maschi strillano alle mogli che ascoltano la Bonaccorti strillare e i bambini strillano e mentre c’è tutto ‘sto casino, l’arbitro fischia.
Immediatamente i divani si svuotano.
Trambusto, cani che guaiscono, gatti lanciati contro il muro, conigli imbavagliati, cocorite cocorotte, tavoli ribaltati, pavimenti terremotati sotto i passi pesanti dei maschi imbizzarriti di fronte alla partenza.
Insieme, tutti, attuano una magia, per arrivare alla loro la posizione preferita: l’incollaggio visivo.
La mossa, tramandata da padre in figlio, consiste nel prendere la seggiola, quella più scomoda, col sedile di paglia, distrutta da anni di alzati e siediti inferociti, e piazzarla a tre micron dallo schermo televisivo, sedercisi sopra, chinare la schiena, tenere le gambe aperte per riuscire così ad appiccicare per bene la faccia alla tv.
Scopo dell’operazione? Per anni mi è stato sconosciuto.
Ma credo che questa mossa dell’incollaggio visivo sia un modo estremamente antico e, comunque, funzionale per avere l’impressione di vivere la partita di calcio in 3D. Altro che Avatar. Il mio babbo lo faceva 30 anni fa, con una meravigliosa Mivar da 18 pollici.
La distanza ravvicinata faceva si che la carica elettrostatica dello schermo attraesse verso il campo verde i peli del babbo.
È per questo che non ha mai avuto problemi di calvizie (Cesare Ragazzi, se ci sei, segnati questa ricetta).
Ma l’incollaggio visivo è solo il primo dei tre step della sindrome da tunnel televisivo bidirezionale.
Dopo un massimo di cinque minuti dall’inizio, c’è il sacro abbraccio violento: alla prima azione della squadra del cuore andata a male, il nostro tifoso-spettatore prenderà per i lati la televisione, portandosela ancora più verso di sè.
L’abbraccio è solitamente condito da una arzigogolata imprecazione (questo il motivo per cui è detto anche sacro) e da qualche strattone (violento), atto ad intimidire l’impianto televisivo. In un batti baleno siamo già al terzo step.
Sostanzialmente l’empatia creata tra l’apparecchio catodico e il tifoso, tramite l’incollaggio visivo e il sacro abbraccio violento, fa sì che tra i due si stringa un rapporto quasi paritario: come la tv parla e fa vedere la partita, anche lo spettatore da quel momento ha non solo il diritto, ma anche il dovere di dire la sua attraverso il vetro, diaframma tra la vita qui e il campo da gioco.
È qui che si crea il tunnel televisivo bidirezionale.
Pizzul commenta e il babbo gli risponde per le righe.
Il commentatore sembra che prosegua le urla del babbo che imperterrito gli parla sopra.
E poi grida consigli all’allenatore, dice “occhio che arriva da dietro!” all’attaccante che sta per essere falciato, “tira, tira!” al terzino che s’attarda, “guardalo là che è libero, dai cazzo!” all’ala che non vuole crossare, cambio arbitro, occhio ai tacchetti, fuorigioco, cazzo, muoviti, arbitro cornuto, ma daaai, tiralo fuori che è incapace, ma dai, Rampulla cosa fai, ma prendila quella palla lì, rigore, è rigore non vedi, Rampulla, cazzo, fai cagare, ma va, va, dai dai che arrivano, ma nooo!!!
Una volta, all’ottantesimo di Cremonese – Reggina, è successa una cosa strana: mio padre smise di urlare alla televisione.
Preoccupatissimo sono corso da lui per vedere se stava male. Lo vedo sconvolto, che guarda lo schermo.
C’era Rampulla che, con le dita unite a mazzetto, muovendo ritmicamente su e giù il polso, guardava mio padre dritto negli occhi e gli diceva “cosa vuoi”.
Così.
Secco.
Gli diceva “cosa vuoi”.
Senza ulteriore punteggiatura.
E in minuscolo.
cosa vuoi
Io l’ho visto, non ne ho mai parlato con nessuno, ma è ora di sfondare questo muro di omertà.
Il tunnel televisivo bidirezionale, vi dico, esiste.
Ora che vi ho svelato questa meraviglia, potete tornare a casa, accendere la tv sul TG4 e avere la speranza che tutto quello che dite sarà sentito dal nostro amato Emilio.
Certo, non avrà lo stesso aplomb di Rampulla, e scordatevi che vi risponda con un gentile
cosa vuoi
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