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La vera storia della mia Telecaster

feb 25, 2011   //   by gasta   //   Diario  //  No Comments

Ok, lo ammetto.
Non stavo benissimo.
Ho comprato il biglietto per Londra per un impulso tachicardico scomposto più che per una decisione razionale.
Qualcuno si stupì. Perché partivo da solo, perché davvero, perché come mai, perché tra due giorni. La verità è che non serve molto.
Prenotare un volo all’improvviso non fa di te una persona interessante o unica.
Basta una carta di credito e dita buone per mettere i numeri vincenti in fila. E ho vinto.
Sono arrivato a Londra che era mattina presto, venerdì 17 ottobre 2010.
La mia amica invasata di astrologia mi aveva detto di indossare qualcosa di viola, che ci sarebbe stata la luna nuova. A me il viola fa cagare e pure l’astrologia. L’ho ringraziata e ho tirato dritto, fuori da Paddington, con occhi stanchi che si abituavano increduli a un sole che pareva fosse primavera. E gli odori di Londra, un misto tra il Burger King d’angolo e la mia felicità.
Denmark Street è una via lunga cinquanta metri. Scendi a Tottenham Court Road e vai verso Seven Dials. Di fronte c’è una bella libreria con dei finestroni enormi. A Denmark Street ci sono solo negozi di strumenti musicali. Roba seria, dove il vintage è veramente vintage. Chitarre da diecimila sterline a botta, legni pregiati, pezzi unici.
Entro da Wunjo, mi guardo attorno. Muri perlinati e moquette spessa cinque centimetri. Un distinto cinquantenne con giacca e cravatta alle prese con un assolo esorbitante su una Les Paul da cinquemila sterline. L’avrebbe comprata poco dopo. Amazing guitar, thank you.
La mia Telecaster l’ho vista immediatamente. Mexican Re-Issue ’60. Bianca. Ci sono altri colori, chiedo, la chitarra bianca non mi piace, penso. No, solo quella, ma provala, mi dice. E la provo.
E sarà stata Londra o la moquette anche nel cesso o la pancia ribaltata o il mio cuore che andava in frantumi, ma io in quel momento ho suonato come non ho mai suonato. E ad ogni nota si ricostruiva il sorriso, con una chitarra con l’accento british.
Esco e cammino per ore. Mi fermo come le api sui fiori in pub sempre diversi a bere delle gran London Pride. Alle quattro del pomeriggio sono sfiancato. Mi sdraio in mezzo ad Hyde Park e mi addormento, la Telecaster al mio fianco.
Mi sveglia un cane che gioca con il padrone. Bella vita, penso.
Pensa il privilegio di possedere un cane da portare a passeggio ad Hyde Park. Da lontano la città urla di traffico e impegni. Lì in mezzo c’è solo silenzio.
Tutto è cominciato ad Hyde Park, penso. Ricomincia anche questa volta.

Tre giorni dopo, da Heathrow a Roma Fiumicino, passo la dogana italiana con la chitarra sulle spalle come fossi una rock star.
Mi guardano eh. Mancavano solo gli occhiali da sole, il giubbotto di pelle già ce l’avevo.
E non passo neanche dall’hotel, vado al Palalottomatica diretto. Preparo il mio Mac, sistemo il mio nuovo ufficio e tiro fuori la Telecaster. Sdreng.
Il resto poi lo sapete.

La mia teoria sull’amatriciana

dic 8, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

Arriviamo ad Amatrice in perfetto orario.
La strada, da Ascoli Piceno in avanti è un capolavoro di curve e gole tra gli appennini.
Viaggiare con Muke e Giò è quanto di più semplice si possa immaginare, anche con bagagli e griglie portatili. Spingiamo le nostre Vespe in salita e in discesa al limite. Non potevo immaginare che la campana della frizione da lì a poco si sarebbe aperta, ma questa non è la nostra storia. La nostra storia parla di tre Vespe, tanti tornanti e di Amatrice, una minuscola cittadina del Lazio, in cui c’è l’Hotel Roma.
Abbiamo allungato l’itinerario di un centinaio di chilometri per essere qui dove siamo ora, a quasi mille metri d’altezza, vediamo il Gran Sasso e una distesa di roccia ovunque. Tempo però ne abbiamo poco, parcheggiamo, scendiamo e ci sediamo a tavola.
L’Hotel Roma, dicono, è la patria dell’Amatriciana. Detiene da secoli la ricetta suprema. E noi siamo qui per mangiare L’Amatriciana. Tutto maiuscolo.
Impariamo subito che l’Amatriciana in origine era bianca. Ordiniamo un piatto in bianco e uno col pomodoro, a testa.
L’attesa è breve. Chiunque è qui per quello.
E poi la mangiamo.

Ora forse voi vorreste una descrizione. Se era buona o meno buona o
Ma che cristo volete sapere? Quella è l’Amatriciana.
E noi abbiamo fatto un’enorme cazzata.
Perché se tu assaggi l’Amatriciana paradigmatica, poi ogni amatriciana che assaggerai la dovrai necessariamente paragonare a quella.
Voglio dire, ho mangiato l’Amatriciana come dovrebbe essere.
C’è qualcosa da aggiungere? Volete sapere com’era cucinato il guanciale? O quanto pecorino c’era? Come faccio adesso ad andare in un ristorante qualsiasi, ipotizziamo, nel nord Italia, che novanta volte su cento ti serve una pasta con la pancetta affumicata a cubetti e il grana.
Come si fa? Io non l’ho più mangiata da allora. Impossibile farlo.
Per mangiare l’Amatriciana dovrò tornare ad Amatrice, fare duemilioni di curve, guardare il Gran Sasso, scendere gli scalini dell’Hotel Roma e ordinare quel piatto.
Noi abbiamo fatto una cazzata di dimensioni epiche.
Ci siamo fottuti l’amatriciana.
Però ho imparato. Sono andato a Napoli e non ho bevuto il Caffè del Professore.
Mica mi posso fottere anche quello.
Però lui me l’ha regalato, per la moka.
E adesso sono fottuto comunque.
Mi sono fottuto il caffè.

Convivere con un paradigma è un’esperienza che non auguro a nessuno.
Ma se decidi di vivere, finisci per abbracciare una quantita’ di paradigmi da renderti la vita impossibile.
Perché io ne voglio ancora di quei paradigmi. Che la realta’ è che è quando ci penso mi viene un cazzo di sorriso in faccia.
E c’è poco da dire. Perché questo è il mio 2010. E questi i sono i nuovi paradigmi:

La London Pride al The Victoria.
I visual per i 2manydjs a Torino.
Il sapore dei noodles di Noodle Oodle.
I Gorillaz in concerto al Roundhouse.
La telecaster in aeroporto.
Chris Cunningham a Murcia.
Sunday Morning alle 6 di mattina ad Ancona.
La drum n bass di Andy C.
Argiolas Costamolino a Orosei.
La Lambretta a Genova.
L’alba al Poetto.
Il caffè del professore.
Metropolis al Roundhouse.
La dubstep ai Murazzi.
I cannoli al Bar Alba Palermo.
Il mercato del pesce di Catania.
I gamberi crudi a Bari.
Le puntarelle di Roma.
Le puntarelle di Milano.
L’Ichnusa a Flumini.
Il bollito di agosto.
La grigliata di dicembre.
La pizza a Napoli.
L’amaca a Tortoreto.
La brioche dello Zozzo.
Gli Africa Unite a Bologna.
Il Metiusco a Otranto.
I Pearl Jam a Mestre.
I miei video nell’Arena di Verona.
Le polpette di settembre.
La rotolante Spoleto da Bar.
Il sole di novembre a Firenze.
Il melograno con lo yogurt del 7 dicembre.
L’Amatriciana di Amatrice.

Mi sono fottuto l’Amatriciana, forse.
Ma ogni paradigma è una storia.
E non posso che essere felice di avere così tante nuove storie da raccontare. Volete?

La sindrome del giardino del vicino

nov 3, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

Vai a teatro.
Sei in coda.
Davanti, un uomo, pelato ma con i capelli lunghi, con una giacca di velluto nera che puzza di naftalina e un dolcevita nero che sa di Valle degli Orti.
Dietro, una coppia annoiata di cinquantenni con bambino, biglietti omaggio di qualche banca e/o fondazione e/o associazione culturale.
Davanti, l’uomo gesticola animatamente con la compagna, capelli lunghi, crespi, grigi, unti di olio motore.
La coppia e’ cosi’ apatica che si muove meccanicamente, occhi vuoti, verso la cassa. Incurante dell’ingombro della tua persona.
Ogni movimento dell’uomo pelato e’ una tempesta di neve. Etti di forfora che crollano sulle sue spalle, nell’aria, microparticelle di pelle morta che tentano di insinuarsi nella tua bocca, nel naso, negli occhi, nei pori, aliene otturazioni epidermiche.
La coppia avanza, imponente. Il bambino gioca, ti urta. La donna dai capelli crespi ride a crepapelle ed e’ in amore con il pelato, devono essere un’ufficiosa coppia di amici dalla passione comune. Lei non perde il contatto visivo con il pelato, e si accarezza ossessivamente i capelli, spostando le ciocche unte da sopra l’orecchio, che cadono drammaticamente con tonfo sonoro.
La coppia avanza, ti spingono, ti giri per reclamare, il bambino gioca, ti urta e tu finisci contro la schiena imbiancata dell’uomo pelato. Polvere di stelle, come quando giri le bolle di vetro con la neve dentro, che vortica attorno all’ignaro e immobile pupazzo di neve al centro della scena. L’uomo pelato si gira, sorride, denti marroni e grigi, chiedi scusa, lui dice si figuri e svieni istantaneamente nel fango del suo alito.
La donna crespa pratica una respirazione bocca a bocca che ti da il colpo di grazia definitivo.

Ti risvegli nel tuo posto in platea.
Tutto e’ perfetto, mancano cinque minuti all’inizio. Le maschere aiutano gli ultimi a trovare sistemazione, sottile brusio di sottofondo, conciliante.
Ti rifai, riassapori la vita. Le luci calano. Il brusio si disfa. Inforchi gli occhiali per goderti la pièce da tanto agognata.
E nell’istante di buio in cui sbatti le palpebre e infili le lenti, si materializzano nell’ordine:
1. un giocatore di pallacanestro, davanti;
2. un universitario scostante, alla tua destra;
3. un affabile anziano con spessi occhiali, alla tua sinistra;
4. una coppia sui trenta, dietro.
Nero in sala.
Silenzio.
Sta per partire l’overture.
Inizio.
Sincronicamente;
– il ginocchio dell’universitario scostante parte con un movimento periodico, sussultorio, nevrotico, che induce il tuo sedile al massaggio lombare;
- il cellulare dell’anziano signore inizia a suonare, perso in qualche anfratto del pesante paletot adagiato sulle gambe;
- la coppia starnuta, prima lui, poi lei, bagnandoti la nuca;
- il giocatore di pallacanestro si issa per bene sul sedile, perche’ di fronte a lui si e’ seduto un pivot del Baracca Lugo, quella cazzo di squadra che non tollera.
Mentre la gambetta impazzita dell’universitario ti scuote, il simpatico vecchietto ti prende per un braccio e sottovoce ti urla “SI SPENGONO I TELEFONINI EH!”, ma e’ il suo, gli dici, “SILENZIO!” risponde e gli prendi il paletot a pied de poule, infili la mano nella tasca lui urla “AL LADRO!” prendi il telefonino, leggi sul display “Mamma”, pensi quanti cazzo di anni la madre di questo vecchio bastardo, sorridi di circostanza, stacchi la batteria, tutto torna in silenzio, il giocatore di basket si gira, dice sssshhh, i due dietro tossiscono l’inno inglese, l’universitario dice VAFFANCULO con l’alfabeto morse della gamba e in tutta la sala c’e’ un mormorio di disapprovazione.
Tu, cattivo.
Tu molto cattivo.
Due note ancora e dietro sussultano una scarica di tosse, lei apre la borsetta stando attenta a non fare rumore, ci infila le mani dentro e fruscio di carte e cartacce, probabilmente una colonia di brandelli di alluminio, di plastica, di plexiglass, di rame, biglie, sonagli, raganelle e nacchere, tutti all’unisono, perche’ lei vuole trovare un minchia di Benagol.
Lo trova dopo 157 secondi netti, di assordante e incessante tramestio manipolatorio, silenzio di attesa per ben tre secondi e proprio durante la prima battuta della sospirata pièce, lei pigia sul Benagol in un fragoroso SCLANC.
Starnuto e tosse.
COFF.
Benagol in bocca, cozza contro i denti.
CLENKCLENK.
Il simpatico nonno, sempre attento al tono di voce, “MA QUELLA E’ GIULIETTA?” e tu gli dici “ehm, no, questo e’ Beckett, sa?”, il cestista si irrita, si gira, ti prende per il bavero e dice “adesso basta” con una diplomazia paragonabile a quella di Ivan Drago.
L’universitario saltellante sbuffa la sua noia. Ci dovra’ scrivere una tesina su sta roba.
Estrae un iPhone e per il resto del tempo sara’ un gran pizzicare, pigiare, scorrere, scivolare, menare lo schermo estremamente piatto, estremamente luminoso.

Ti guardi attorno.
Sospiri.
Per i rimanenti 120 minuti sara’ una battaglia con la pazienza.
Nell’inferno del pubblico pagante.
E poi ti accorgi. Una brezza leggera. Giri il capo. L’ineluttabile e’ qui.
Che il pubblico di appena due posti piu’ in la’, tutt’attorno, a 360 gradi, e’ costituito da filosofi, critici letterari, bellissime donne single in attesa di un incontro, rockstar dal cuore d’oro, gentili massoni, mecenati desiderosi di finanziare i tuoi sogni e una compagnia di sordomuti, perdipiu’ affetti da nanismo.
Insomma, le persone migliori sono sempre la’, due posti piu’ lontano.
Ma tu no. Tu ci sei in mezzo.
Nell’inferno epocale.
Il punto e’ che non solo il vicino ha il giardino piu’ verde, e’ che tu vivi in un monolocale nemmeno a norma.
Forse e’ il caso di chiamare Tecnocasa.

La sindrome del bassista

ott 15, 2010   //   by gasta   //   Teorie spicciole per menti salmastre  //  No Comments

Il bassista.
Chi e’ costui?
Per un terzo della mia vita non capivo nemmeno che suono emettesse quello strano strumento in braccio a quel signore sempre defilato.
Basso e bassista. Anche il nome era poco incoraggiante.
Basso.
Ti riempie la bocca, con questa bi esplosiva e poi, ba ba ba boh?
A me piaceva la batteria. La cassa, il rullante, i piatti.
Ho conosciuto tutti i pezzi e ancora di piu’ mi piaceva: charleston, ride, crash, splash, tom, timpano e rototom.
La batteria e’ uno strumento chiaro, anche lessicalmente. Ogni parte e’ descritta precisamente da una parola onomatopeica che ne indirizza il suo preciso uso.
Non vi dico il godimento quando ho visto per la prima volta gli Iron Maiden, live @ Donnington del 1992, con i china alle spalle di Nicko Mc Brain, sbattuti e risuonati di schiena.
Che dire della chitarra? Chitarra uguale rock. Sono cresciuto con la distorsione di Paranoid dei Black Sabbath come modello di vita. Smoke on the water come santino nel portafoglio. Il riff di Smells Like Teen Spirits, beh, quella e’ stata la mia preghiera prima di dormire per anni. Il basso, invece. Ecco, sembra una frase tronca e sbagliata, ma non lo e’.
Il basso, invece. Invece.
Che suono fa il basso?, chiedevo a mio padre. Perche’ io non lo sento, gli dicevo. Massi’, e’ li’. Li’, dove? Io non capivo.
E il punto e’ che anche il bassista, invece.
Sta di solito dietro, in un angolino, con sta specie di chitarra oblunga, con meno corde, si muove poco e, beh, di certo e’ poco attraente.
Che poi, avete presente il Baffo dei Ricchi e Poveri? Ecco, lui secondo me era il Basso.
Che poi, con la mia zeppola, baffo e basso sono proprio limitrofi.
Mi ha sempre fatto un po’ paura il Baffo dei Ricchi e Poveri, a dirvi la verita’.
Che c’aveva quella voce li’… oddio, c’aveva la voce? Vedete, io non me lo ricordo!

Ma e’ con i Nirvana che mi sono reso conto della frustrazione del bassista.
Che e’ inevitabile, se alle spalle c’e’ Dave Grohl e davanti c’e’ Kurt Cobain.
Krist Novoselic ce la metteva tutta per essere uno del gruppo. E se anche musicalmente faceva il suo porco dovere, beh, sul palco, ahinoi, soffriva della sindrome del bassista.
Per tutto il concerto si dimenava, si scuoteva, si agitava a dire: guardate, guardate me, non guardate Kurt Cobain, io sono meglio di lui. Guardate me! E mi ricordo di aver visto un video in cui, durante Lithium, lanciava il basso in aria. Non si sa bene che cazzo gli abbia preso. Ma lo lancia in aria. E per una banale legge gravitazionale che in quel momento di gloria il nostro bassista, vittima della omonima sindrome, credeva di riuscire a superare, beh, gli arriva giustamentein piena faccia il basso.
Mi ricordo di essermi detto: Cristo Santo, che razza di un coglione.
E mi dicevo: ma perche’ non lo mandano via? Krist Novoselic.
Bah. Bahsso.
Poi ho imparato.
Il bassista spacca i culi.
Tiene in piedi la baracca e ci sono mille esempi di bassisti che hanno le palle e che, comunque, non soffrono di quella sindrome.
Ma il concetto rimane.
La sindrome del bassista e’ sempre e piu’ che mai valida.
E’ la sindrome della spalla che vuole prendere il posto della rock star, di chi si sente continuamente in ombra di chi ha quel genere di carisma ingombrante, raro, unico, in grado di catalizzare su di se’ l’attenzione di chiunque, solo per il fatto di essere li’, in quel posto. Io ne ho conosciute un po’, di rock star. E quando le incontri, beh, non rimane molto di te. E se ti viene lo schifo, l’invidia, finisci proprio male.
Ma la realta e’ che nella vita ci sono le rock star e ci sono le spalle e tutto sommato non c’e’ niente di male nell’essere una buona spalla, per una grande rock star.
Che a volte bisogna saper riconoscere la cosa.
Se no si rischia di ritrovarsi un cazzo di basso nella faccia, per tentare di superare la propria sindrome del bassista.

Al Kiss era valido

lug 17, 2010   //   by gasta   //   Diario  //  No Comments

Quando si andava al Kiss, la domenica pomeriggio, era valido.
Tutto incominciava il lunedì.
Sembra assurdo ma è così.
Si cominciava a parlarne di lunedì.
Si andava al Bonis, la salagiochi di fronte al liceo, si mangiava la brioches col cappuccio, si faceva una partita a Bonanza Bros, e si raccattavano le riduzioni per il Kiss. Domenica Hysterika, dicevano. E sui flyer c’erano o delle supergnocche cyberpunk o delle robe strane, astratte. Che ai tempi non c’era mica internet, chissà da dove le rubavano. Poi per tutta la settimana ci si metteva d’accordo. Su chi viene, chi va a prendere chi e sulle tipe che abbiamo visto, se ci si prova, no ci provo io, ma dai, no che me frega vai tu, come se avessimo potere decisionale.
Sì, certo, noi uomini. Quando mai.
La domenica poi si faceva il giro di telefonate per mettersi d’accordo dove trovarsi.
Che era divertente anche quello perché funzionava così: “Buongiorno, signora, sono Nicola, posso parlare con Stefano?”. E magari la mamma di Stefano ti chiedeva due cose, come stai, i tuoi stanno bene, o magari ti diceva no Stefano è in bagno a farsi la doccia e tu non ci credevi perché Stefano aveva i tuoni indiani sotto le ascelle, sempre. Si imparava ad avare a che fare con gli adulti, ecco.
Poi ci si trovava a casa di qualcuno e il babbo o il nonno di uno di noi, a turno, ci portava al Kiss. Ore 14, generalmente.
Mi ricordo distintamente la Panda marrone o la Uno grigia di qualcuno.
E poi ci scaricava davanti alla discoteca e facevamo una corsa a prendere le Marlboro da 10 e un accendino, che ci si fumava dall’inizio alla fine in un pomeriggio, per non tornare a casa con dei rimasugli. E la cosa provocava numerosi svarioni, ovviamente.
Al primo tiro si vedeva tutto nero e vomito.
Ma tutti fumavano dentro. Adesso è impensabile stare in un posto pieno di fumo. Prima era l’assoluta normalità.
Ingresso con riduzione. E a ripensarci mi viene in mente l’odore dell’inizio giornata. Freddo e fresco e le strobo e la musica zeppa di bassi.
C’era la luce blu, al Kiss, nella sala grande. I divanetti non li ho mai visti.
Io ballavo tutto il santo giorno. Ma io mi divertivo una marea. Quando volevano picchiarmi, quello un po’ meno, però a ripensarci era folkloristico anche quello.
E a volte viene la nostalgia di quelle cose.
Rimetto su, così per ridere, qualche canzone e vengono in testa mille cose. E il Nuvolari il martedì sera. E il Bibendum. E la progressive e la house. E le feste alla Balde e al Flora. E quanti chilometri per andare a ballare e adesso non lo si fa più per mille motivi. Però mi manca un po’. E penso che ci andrò e mi costringerò a farlo più spesso. Ma come si fa a dimenticare Haddaway o Summer Is Magic?
Certe cose mica le puoi spiegare. Fai solo la figura del vecchio.

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