Il mio ombrello rosso del Campari
Ultimamente sono felice quando piove perché posso sfoggiare il mio ombrello rosso del Campari.
Che detta cosi’ sembra una sciocchezza adolescenziale.
O meglio, detta così è decisamente una sciocchezza adolescenziale.
Ma in ogni caso penso che mi dia un certo tono.
Per la prima volta nella mia vita ribalto la più classica e banale meteoropatia in motivo di orgoglio modaiolo. Impugnando il mio ombrello rosso del Campari. Niente di ingombrante, sia chiaro.
Anche se non è che se ne vedano in giro molti. Anzi a dir la verità io non ne ho mai visto un altro in giro. E per questo ne vado estremamente fiero.
Intanto ve lo racconto.
Il mio ombrello rosso del Campari è uno di quegli ombrelli con il pulsantino per aprirli. Il pulsantino è ovviamente rosso. Lo pigi e lui si apre diligentemente, senza che tu faccia alcuno sforzo. La vela non è troppo larga, ma neanche troppo piccola. Diciamo che è una giusta misura. E comunque siamo d’accordo che la misura non conta, ma conta come lo usi (la cagata del secolo).
Ma più della cagata del secolo della misura, il mio ombrello rosso del Campari si fregia di una proto impugnatura ergonomica. Che di ergonomico ha proprio poco. Tipo che devi avere otto dita per non provare fastidio nel tenerlo in mano. Mentre scrivo questo, penso che probabilmente lo dovrei tenere con i piedi e un gomito, forse risulterebbe più comodo.
Oltretutto questa maniglia studiatissima per darti il più fastidio possibile ti impone di tenere l’ombrello rosso del Campari sempre in un verso solo. E il verso in questione è tale per cui tu abbia sempre la fettuccina col bottoncino atto alla chiusura della vela davanti agli occhi.
Quindi, mentre cammino con il mio ombrello felice della pioggia perchè posso esibire il mio meraviglioso Camparone sopra la testa, mi auto ipnotizzo con la fettuccina che continua ad ondeggiare di fronte agli occhi.
Il cappello di lana grigio che mi ha confezionato la Berta, nonna e vicina di casa di anni 90, taglia il mondo a metà.
E la fettuccina rende la metà un quarto, quella che rimane viva tra le palpebre, una porzione eludibile del visibile.
E’ che comunque sono orgoglioso del rosso che mi incorona. Sponsorizzato Campari fuori, sponsorizzato dentro. Brand On.
Che a dirla tutta questo meraviglioso feticcio con la fettuccia ipnotizzante l’ho sottratto all’oblio metropolitano.
Oddio, sembra una prodezza degna di un donchisciottesco eroe futuristico, per come ve la sto dicendo.
La realtà è che ero a Roma, tornato da Londra, con una Fender Telecaster sulla schiena.
Palalottomatica, finito il lavoro, notte inoltrata, qualche birra con i colleghi dopo lo smontaggio
Ci si attarda quel tanto che basta per dimenticare qualche pensiero che annoia, a lungo andare.
E gli zelanti uomini della sicurezza scelgono la via della chiusura preventiva. E ci barricano dentro, giustamente.
Mentre Roma decide di spegnere con duemila anni di ritardo il prodigioso incendio di Nerone con tonnellate di acqua, lampi e tuoni in grado di spaventare anche il più feroce degli dei dell’Olimpo dei miei coglioni.
E, sempre chitarra in spalle, in tre reietti incastrati ci ritroviamo a dover scavalcare con un gesto atletico le enormi muraglie ferree dell’impero della sicurezza: praticamente due metri e mezzo di cancelli che per il sottoscritto sono e rimangono uno sforzo fisico impossibile. In quelle condizioni poi. Con una Telecaster londinese che si chiede che minchia stia combinando il suo nuovo padrone.
Sta di fatto che comunque ce la faccio a scavalcare. Non chiedetemi come. Ma rimbalzo dalla parte giusta della libertà e mi ritrovo in una pozzanghera, da solo, che gli altri se ne sono già andati da un pezzo alla ricerca di un sacro kebab della notte, io con la mia chitarra elettrica da portare al riparo.
E visto che pare che l’era del consumismo coincida con la teoria di base dell’usa e getta, ecco, quella notte, sotto una tempesta del cazzo di acqua del cazzo in una Roma del cazzo, mi guardo attorno e vedo una montagna di ombrelli spaccati, dietro a delle transenne buttate là alla spera in dio.
Ce ne saranno stati una trentina. Brutti o rotti o demodè o piegati o sporchi o strappati o salcazzo.
Ma erano ombrelli e io mi stavo bagnando e anche la mia meravigliosa Telecaster nuova di pacca che ha scavalcato indenne la Manica, l’iva della dogana e un cancello troppo alto anche solo per potermi ricordare come cristo abbia potuto saltarlo.
Mi faccio al cumulo di ombrelli abbandonati e tra tutti, a caso, prendo quello rosso. E solo dopo averlo aperto scopro che non solo funziona, non solo è della misura giusta, ma è anche del Campari. Gaudio e godimento, segno del destino ineluttabile.
Ora ho un meraviglioso ombrello rosso del Campari. Funzionante, non ingombrante, col pulsantino automatico e che ha una storia da raccontare.
Ciao a tutti, mi chiamo ombrello rosso del Campari.
Piacere!
http://www.youtube.com/watch?v=TvItNU7RXeg
Yes 5
Praticamente sono cresciuto in mezzo ai matti.
Che detta così può sembrare una frase da stronzo, pure.
Ma perché è vero.
E’ vero sia che sono stronzo, sia che sono cresciuto in mezzo ai matti. E no, in questo caso non parlo della mia famiglia. Anche se certamente potrei scriverne di storie, sul condominio in cui vivo.
Ma non oggi, oggi non è il caso di parlare di famiglia. Oggi parlo di matti.
Che intanto da qualche anno non si possono più chiamare matti.
Quando ero bambino io, invece, si potevano chiamare senza problemi così. E non c’era connotazione negativa. Io mi ricordo quando mi diceva mia madre “eh, lui è matto”.
Magari non era proprio politicamente corretto, pero’ almeno si arrivava al sodo subito, senza parafrasi tipo “persona come noi, ma con una sensibilità diversa”.
No. C’erano i matti, e c’erano i manicomi. Non so quanti traslochi ho fatto nella mia vita, ma il condominio in cui vive mia nonna, beh, quello è rimasto un punto cardine nello scenario urbano della mia vita. La mattina, quando l’asilo era chiuso, mia madre mi scarrozzava fino a quella casa, prima di andare al lavoro.
E quando ero alle elementari, ci tornavo a piedi per pranzare e lì aspettavo mia madre che tornasse, puntuale, appena finito Non è la rai. No, non che mia madre ballasse a Non è la rai. Finiva di lavorare allo stesso orario in cui finiva Non è la rai. Oddio, magari lavorava a Non è la rai, non ci ho mai pensato.
Però, un bel condominio in un quartiere di periferia cremonese.
Il massimo della libertà che mi era concessa era di andare all’oratorio, parrocchia di San Sebastiano.
E le prime risse.
E il sacchetto di gigiole miste da mille lire.
Anche le partite a calcetto, a calcio balilla e a double dragon.
Catechismo, comunione e cresima. La cosa divertente è che dietro all’oratorio c’era il manicomio di Villa Salus. Cioè, non era divertente. Era così e basta. Non ci siamo mai posti il problema o domande sul perché mischiati a noi ragazzini ci fossero degli adulti che si comportavano come noi, o peggio. Era un assunto: si va all’oratorio e ci sono i matti che girano. E da che mi ricordo io non abbiamo mai avuto alcun tipo di problema con loro.
Con l’anziano barista dell’oratorio, l’odioso Piazza, beh, con lui si.
Ma lui era normale, dicevano. Non era matto.
La realtà è che Piazza ci odiava tutti, dal primo all’ultimo. E se avesse potuto avrebbe fatto una strage di bambini.
E una volta le ho prese anche, con il suo cazzo di bastone.
Tutta colpa di Double Dragon che mi aveva fregato le duecento lire. Piazza, se ci sei batti un colpo.
Invece, i matti che avevano la libera uscita erano tranquilli. Oddio, magari erano solo molto molto sedati, ma a me sembravano tranquilli.
C’era la signora che passeggiava spingendo la bicicletta, con due borsine della coop piene di insalata, e che accarezzava ogni siepe e pianta che incontra. C’era il signor Rossi, che sosteneva di aver perso un miliardo di lire in azioni. C’era quello che passava tutto il giorno a pettinarsi i capelli, tenendo ferma la mano e muovendo la testa, come i gatti.
E poi c’era Yes5.
Era il mio preferito. Era il preferito di tutti.
Personaggio incredibile. Il primo incontro con Yes5 fu durante la festa dell’oratorio.
C’erano i gruppi che suonavano dal vivo, perlopiù canzoni di chiesa. Una noia mortale, anche per un ragazzino di 6 anni come me. Poi arrivo’ il momento di Yes5. Prese il microfono e intono’ una canzone che ancora ricordo.
Faceva così: “Il Sole, la luna, le stelle e san sebastiaaanooooo”.
Applauso scrosciante. Puro genio. Gran cuore.
Yes5 soleva passare le giornate appoggiato al muro della chiesa.
Aveva degli asterischi disegnati sul dorso delle mani, sulla trachea, sulla nuca.
Una radio a transistor rossa, sempre accesa, sempre a volume spropositato, sempre poggiata stretta all’orecchio, sempre costantemente sintonizzata sul niente.
Rumore bianco imperterrito e impenitente.
Sshhhhh.
Un giorno mi feci sotto.
Gli chiesi. Cosa? Lui disse che stava aspettando un segnale dagli alieni. Disse che parlavano con lui, spesso. Ma che era un po’ che non parlavano. E allora aspettava che gli parlassero.
Ssssshhhhh.
Yes5 era stato anche un giocatore di calcio, del Monza, se non ricordo male.
E comunque era un artista. Disegnava i galli delle squadre di calcio. Erano dei galli, con le piume colorate come le squadre di calcio.
Il gallo della Roma era giallo e rosso. Quello dell’inter nero e blu.
Era molto fiero delle sue opere. Quando veniva alla Pergola le metteva tutte sul tavolo, orgoglioso, ordinava un rosso e stava lì, facendo finta di niente.
Quando gli chiedevo se mi vendeva qualcosa, lui diceva che non poteva. Pero’ a volte i galli del calcio li regalava.
Le dediche erano meravigliose. “All’egregissimo playboy + + + dall’egregissimo artista Yes 5 + + + ++++!!!!!!!”
Più + c’erano, più eri importante. Io ho raggiunto al massimo + + +.
Chiara invece, la sua preferita, aveva uno stuolo di +. + grandi + meno grandi + medi + al quadrato.
Una varietà di + degna di uno studio sul segno. Io sono sempre stato interessato dalla sua follia.
Perché tutto sommato mi sembrava una follia educata e quantomeno condivisibile. Che disegnava galli colorati, che li regalava a chi gli pareva.
E si, che parlava, anzi, che aspettava che gli alieni venissero.
Quando arrivava, io mi facevo sempre sotto.
Era il 1999.
Eravamo alla Pergola.
Eravamo dentro in pochi, mi ricordo della Giò, tavolo all’ingresso, seduti, io lei e Yes5. Si fumava ancora dentro, bei tempi cazzo. Lui tira fuori un pacchetto di sigarette mai viste, mi pare si chiamassero Europa, qualcosa del genere.
Gli chiedo che sigarette fossero, lui dice che sono le sigarette che gli hanno dato gli alieni, qualche mese fa, in Porta Romana.
Ah, dico, li hai incontrati ancora? Sì, dice. E cosa ti hanno detto, insisto.
Dice, che vengono a prendermi nel 2000.
Lui è un matto, dicono.
Anzi, dicono che fosse matto, che è morto di infarto e che non c’è più.
Un anno dopo, ottobre 2000, Yes5 è morto.
Ma sticazzi. Io dico che ce l’ha fatta.
Che gli alieni sono venuti a prenderlo, a Porta Romana, e se lo sono portati via, lui, la sua radio e i suoi galli.
Sono sicuro. Almeno, lui ci ha creduto fino in fondo, fino a schiantarsi.
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