La metto giù seria, con una divisione in aree tematiche: e cioè, secondo il mio personalissimo e umile parere, il libro fatto di inchiostro e carta supera il Kindle, e in generale gli ebook, per ragioni:

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E comunque sono solo parole buttate e sicuramente saremo sempre meno noi che non riusciamo a leggere un libro scritto senza inchiostro.
Nel 2012 Amazon UK ha venduto più ebook che libri cartacei. Quindi, è il caso che la smetta.
Però, dopo questa oculata disamina sull’oggetto Kindle ed ebook, permettetemi di dire solo un’ultima cosa, estremamente personale e puramente opinabile: – Kindle + Kinder.
Amen.

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Ci hanno linkato qui:
Bobos – Le forme della carta

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Socializzabilità del libro

Stiamo per atterrare e i miei compagni di viaggio con il Kindle devono interrompere la lettura, perché i dispositivi elettronici vanno spenti. Sottile sentimento di vittoria. Si girano e mi guardano, forse si chiedono perché io non abbia spento il mio, di libro. E intanto mi sembra si soffermino, anche solo per un attimo, sulla mia copertina.
Loro, penso, sanno cosa sto leggendo (The 10PM Question di Kate De Goldi). Io, invece, non so in cosa siano immersi se non un general generico coso: cosa stanno leggendo i miei vicini di viaggio con il Kindle non lo saprò mai.

Credo sia un’esperienza comune salire su un treno e impicciarsi, stando seduti al proprio posto, su cosa leggono le altre persone. È un’attività che ha reso più leggeri i dieci anni di pendolarismo su rotaia, l’immaginarmi che tipo di lettore potesse essere il mio vicino di posto, scorgendo le piccoleespressioni generate dalla lettura. La mia preferita rimane sicuramente una donna che nascondeva un Harmony dentro ad un trattato di filosofia. Mi sembrava troppo presa, in effetti.

Il punto focale è che con il Kindle si vanno a negare tutta una serie di attributi sociali che l’oggetto libro ha ormai acquisito. Perché se è vero che la lettura è una esperienza assolutamente privata e solitaria e difficilmente condivisibile contemporaneamente con più persone (a meno che non si assita a letture pubbliche), l’oggetto libro è un medium a tutti gli effetti sociale. E, talvolta, anche socializzante.

La copertina comunica tutta una serie di messaggi al mondo esterno. Dichiara in qualche modo chi sono, la mia nazionalità o quantomeno la lingua in cui leggo, i miei gusti letterari, se si riconosce il titolo, o quantomeno il genere di libro che sto leggendo, se si riconosce l’edizione. In questo senso potrei dire che un libro vero è una buona cura alla solitudine, rimanendo nella propria solitudine.

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Sono altresì convinto che le possibilità di socializzare con un libro, che tramite molteplici segnali fisici, primo fra tutti la copertina, manifesta la propria essenza al mondo, siano nettamente superiori a chi legge lo stesso libro su Kindle. Un libro fisico potrebbe catalizzare l’attenzione di qualsivoglia sconosciuto che si ritrova affine al lettore in questione. Un esempio di possibile conversazione con un libro vero è: “Sì, Diego de Silva piace tanto anche a me, ma tre anni fa amavo tutt’altro genere, John Green, non so se lo conosci” (perché sì, i libri servono anche per socializzare con le ragazze belle che leggono libri belli).

Con un Kindle potrebbe invece essere tipo: “Uh, bello questo Kindle, quanti milioni di libri hai caricato? Quanti giga? Quanta batteria hai?”
Le conversazioni da viaggio o da sala d’attesa talvolta rendono la vita più leggera. Il Kindle, in questo senso, mi sembra che le uccida in essere.
Non solo: leggendo determinate edizioni particolari, si fa una precisa scelta di maniera di lettura. Leggere una prima edizione Penguin non è un’esperienza di lettura identica ad un e-book. E con questo lo si dichiara apertamente.

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Durabilità del digitale

Mi ritrovo poi a pensare che, insomma, forse la sto facendo troppo lunga e che in fondo un ebook per un libro vero è come un mp3 per un vinile.
In generale, ecco, mi sembra comunque che un mp3 sia un medium talmente differente dal vinile che ne capisco pregi e difetti. La portabilità dell’mp3 è impareggiabile, rispetto al vinile. Anche il numero di canzoni disponibili per un viaggio medio (mentre ricordiamo che un vinile, mantenendo una buona qualità, può al massimo riprodurre circa 45 minuti di musica).
Ma riflettendo sulla durabilità del digitale, teoricamente eterno, per personale esperienza con degli mp3 o, addirittura, con dei cd, posso dire che è tutto fuorché eterno.

Giusto, pensiamo alle fotografie digitali. Mi sembra che ci voglia una grande bravura e capacità organizzativa per salvare tutto il proprio archivio fotografico dai cambi di sistema, hard disk fottuti, format c:, mac fulminati (l’ultimo mio macbook insegna). O si fanno backup costanti, oppure figuriamoci. Ma, anche in questo caso, non voglio sostenere la superiorità della pellicola e soprattutto delle fotografie stampate sul digitale. Però i cartoni in cantina con i libri sono salvi. Magari i traslochi li mettono a rischio, ma esistono ancora. Ed esistono ancora libri dei miei genitori.

Il formato e-book sarà il medesimo da qui a 50 anni? Io non lo so. Ma sono sicuro che la musica in vinile ci sarà e le pellicole fotografiche, magari solo per amatori, rimarranno in vita. Non credo che un pdf od un jpg possano essere più duraturi di un qualsiasi formato analogico.

L’ereditarietà del libro e dell’ebook è un altro punto cruciale. Quando acquistate un ebook, come funziona? Intendo legalmente. Intendo, cosa c’è scritto nei vari millemila disclaimer, quelli su cui pigiate NextNextNextNextAgree senza pensarci tanto. Precisamente cosa dicono?

Perché, da quello che mi par di capire, un mp3 acquistato in iTunes non può passare tra un utente e un altro. Quindi, tecnicamente, nel caso di una mia improvvisa dipartita, tutta la mia libreria iTunes viene nella tomba con me e con il mio username. Immagino che un ebook funzioni nello stesso modo.
Di certo per i vinili no. I vinili rimangono lì e mio figlio li ascolterà (sempre che quel poco di buono non ascolti musica dimmerda, che se no lo prendo a mazzate).

Nella libreria dei miei genitori ci sono libri dei loro genitori. E sono certo che i loro libri saranno nella mia libreria (spero il più tardi possibile e comunque ci sono anche due libri di Vespa che mi intimoriscono). So per certo che i miei libri saranno in quella della mia prole (sperando sempre che quel poco di buono di mio figlio non diventi un cazzo di tronista analfabeta che se no lo riprendo a mazzate).

Ma senza pensare alla propria morte e alle questioni testamentarie, nella vita di ogni giorno, un libro vero lo si può prestare. Un e-book no.
Dico, ma vi rendete conto?
In realtà ci stanno provando negli Stati Uniti, ma puoi prestarlo solo ad una persona. E quando dico persona intendo un utente con, ovviamente, un account su Amazon. E questa persona/utente lo può tenere per due settimane al massimo. E comunque se e solo se la casa editrice lo permette. È comunque già qualcosa, rispetto ad un mp3, che invece col cazzo che lo presti. Oddio forse a volte è meglio così. Che ho dei libri sparsi per l’Italia (se va bene solo lì), da anni in casa di qualcuno che non li ha mai aperti, immagino.

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L’uso personale del libro

Un libro finito è un libro finito, con una storia parallela a quella raccontata nelle sue pagine, fatta dal tempo della lettura, di orecchie, di coste rovinate, copertine sgualcite forse, sabbia che si ferma tra le pagine. Come ogni storia c’è la variabile temporale che ne cambia il viso, proprio come delle rughe d’espressione. Che L’idiota di Dostoevskij io c’ho messo 3 mesi per leggerlo e l’Einaudi economico ha perso un po’ di colore sulla costa perché l’ho tenuto in mano per tanto tempo. Un qualsiasi Erri de Luca, fatto di 80 pagine, sembra fresco di stampa.

Poi sarò sicuramente un po’ ossessivo compulsivo, non ho la pretesa di dirvi che sono sanissimo. Per ogni libro che leggo, lascio un diverso segnalibro al suo interno. Uno scontrino, una cartolina, un post-it, un biglietto di auguri, una lettera mai spedita. Ogni libro che ho letto, in fondo, ha così un segnalibro diverso. Posso riaprire in qualsiasi momento un libro e in un attimo ricordare esattamente il momento della sua lettura.

Non solo. Molti libri nella mia libreria hanno nella prima pagina bianca, quella tra la copertina e le note dell’edizione, una dedica, una nota o una data. Sono libri regalati o consigliati o semplicemente cose ho scritto io. Alcune dediche mi mettono il sorriso (Lo zen e l’arte della motocicletta di Pirsig, con una meravigliosa dedica delle mie cugine), altre mi fanno venire il magone e mi fanno male. Ma sono lì, rimangono. Sono piccoli segni, forse, ma sono come un investimento in banca che tra vent’anni ti ritrovi tra le mani qualcosa di davvero prezioso, come un nuovo stipendio (o un nuovo datore di lavoro e questa non è una citazione dei Diaframma).

In questi giorni mio padre è andato in cantina e mi ha ritrovato, in alcuni scatoloni, alcuni libri di Roald Dahl, che mi furono regalati quando ero bambino. Ha aperto lo scatolone, l’umidità ne ha ingiallito le pagine, c’è un po’ di odore di muffa, ma ha ritrovato Il GGG, Le Streghe, Gli Sporcelli, Matilda, La fabbrica di cioccolato. I primi tre in edizione Salani Istrici, gli ultimi due in una meravigliosa Superistrici con copertina rigida. Sono perfetti, ma hanno 30 anni. Sono i miei libri, le coste sono un po’ sgualcite e le pagine ingiallite, ma sono loro. Mio padre si è commosso. Io anche. Mi pare superfluo ogni paragone con un Kindle, a questo punto. A meno che vi mettiate a scrivere con l’Uniposca direttamente sullo schermo, cosa che vi farebbe perdere un Kindle, ma guadagnare la mia stima moltissimo.

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Il peso delle parole

Riconosco sicuramente dei privilegi nell’uso del Kindle. Uno su tutti è il peso sostanzialmente irrisorio del medium elettronico, in grado davvero di contenere un’infinità di libri. Tipo che te lo metti nella borsetta e puoi leggere tutto Guerra e Pace senza provocarti un’irrimediabile scoliosi. Ma mi inchiodo anche su questo punto, perché inevitabilmente vado a pensare a quando ho letto David Foster Wallace, Infinite Jest.

L’ho letto in sei giorni filati, in un letto di ospedale, sicuramente in una situazione poco felice ma, a ben vedere, privilegiata per la lettura. Le millequattrocento pagine pesano (sì, l’ho messo sulla bilancia) 1450 grammi e non è stato semplice reggerlo in mano, appoggiarlo sul cuscino, sulle gambe, sul cuscino di nuovo. Sì, è tutt’altro che comodo.

Però, perdonatemi, forse sono un po’ esagerato. Ma pensando alla cura con cui David Foster Wallace ha costruito il libro, i suoi intrecci, la programmatica volontà di fare in modo che il lettore si smarrisse nel proliferare delle note, dei nomi, dei soprannomi, dei personaggi che si incontrano e si scontrano secondo uno schema frattale, bene, sono certo che l’autore abbia voluto creare un libro arduo nella lettura su un piano non solo narrativo, ma anche più puramente fisico.

Stiamo parlando di un libro che ha quasi quattrocento pagine di note in fondo alle 1080. Deliberatamente David Foster Wallace chiede che il lettore interrompa continuamente la lettura e sposti le mille pagine che separano il romanzo dalle note, utilizzando un corpo del carattere tremendamente piccolo. Alcune di queste, eterne, durano trenta pagine di minuscoli caratteri che mandano gli occhi insieme e apparentemente non c’entrano una beata mazza con quello che si stava leggendo. Sono 388 note e 8 di queste note hanno delle note al quadrato. Se avesse voluto rendere la lettura più semplice, avrebbe scritto un libro differente, non avrebbe scritto le note o le avrebbe messe a piè pagina, così da non imporre una chiusura del libro, tenere il segno, leggere qualcosa di apparentemente avulso dalla storia, chiudere, aprire, proseguire.

Questo perché David Foster Wallace voleva che il lettore non solo tenesse in mano un chilo e mezzo di pagine, ma che ci giocasse pure, facendo sì che si ritrovasse ad una sorta di sollevamento pesi. So che sembra una frase assurda, ma non sono ironico. Penso che il modo migliore per leggere Infinite Jest sia in forma di macigno di carta e non sul Kindle, con un click per proseguire nella storia, con un click per le note, scritte con lo stesso carattere del romanzo. È un modo completamente differente di fruire il libro e, anche se non ne cambia drammaticamente l’uso, ne genererà un’esperienza di lettura differente.

Nella fattispecie, poi, ho Infinite Jest nella prima edizione Fandango, regalato da mia cugina, per i miei 24 anni. Lo so questo perché c’è scritto sul libro, me l’ha scritto lei sulla prima pagina. Certo, su un Kindle puoi scrivere una nota, non proprio la stessa cosa.
Infinite Jest è azzurro e spesso otto centimetri e nella mia libreria cromindicizzata ci sta una meraviglia. Parliamone, se volete. Quel libro è vivo e ha sulla costa i segni della mia lettura e dal peso del libro e dal continuo sfogliarlo. Sei giorni per leggerlo, un milione di rughe.

Quando l’ho finito, l’ho ricominciato subito. L’esperienza di lettura più incredibile della mia vita che per anni mi ha terrorizzato e che non mi lascia libero.
Se ci penso, ogni volta che finisco un libro, dopo aver chiuso l’ultima pagina, mi sembra ci sia una ritualità consolidata, del rigirarselo tra le mani, dello sfogliare qualche pagina, rileggere l’inizio, annusare le pagine chiuse, alzarsi dal divano e inserirlo nella propria libreria, scegliendone una collocazione specifica. Non mi vedo compiere gli stessi gesti con un oggetto elettronico che muta la propria forma in continuazione.

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La fisicità

Non ve lo dico neanche che un libro vero non ha una batteria e non ha il sole che dà fastidio e che non si rompe. Perché sarebbe troppo facile iniziare così. Quindi cancellate pure, non ve lo dirò, non ve l’ho detto, chiudo la bocca.

In realtà l’oggetto libro è un oggetto estremamente complesso, molto più di un Kindle fatto di chip, circuiti e alta tecnologia. Ogni edizione ha alcune peculiarità che la rendono unica mentre, con un Kindle, proprio per il suo essere, si vanno a negare totalmente tutti gli attributi fisici. L’analogia con il vinile contro gli mp3 potrebbe essere lampante, ma rimaniamo qui.

Tanto per dire, in ordine, manca la copertina (e in alcuni casi anche la sopraccoperta); la costa rigida con le segnature cucite a filo refe o la più semplice confezione a brossura; la scelta di un certo tipo di carta delle pagine, con il suo spessore, pasta, ruvidità, odore, bordature; il tipo di carattere, con la particolare percentuale di nero utilizzato (o assorbito dallo specifico tipo di carta di cui sopra). La grafica della copertina non la vedi ogni volta che prendi il libro in mano e non c’è nemmeno la quarta di copertina con la faccia dell’autore o con i commenti sbagliati dei giornalisti.
Nel Kindle manca l’edizione, manca una vera e propria differenza tra i libri. In questo modo, leggere un ebook Biblioteca Adelphi o un Bur Economico sarà un’esperienza completamente identica.

Ma mancano anche le differenze tra le collane all’interno di una stessa edizione. Strade Blu Mondadori, costa gialla, taglio delle pagine a zig zag, pagine quasi quadrate, hanno una leggibilità diversa di un Mondadori che pubblica Vespa. Anche il loro bordo giallo sulla libreria significa qualcosa. E invece no, con un Kindle sono tutti amalgamati.

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Manca il concetto di prima edizione, di stampa e di ristampa. I mercatini dell’ebook usato non credo ci saranno mai, ma non si può mai dire. Di certo un ebook difficilmente avrà su di me la stessa presa di una prima edizione Penguin. Manca quindi anche una differenziazione tra l’edizione con copertina rigida ed edizione economica, una differenziazione tra lusso e uso comune. In effetti con il Kindle ogni libro è edizione alfa, diciamo. Un libro spogliato e ridotto a puro testo.
Negare tutte queste qualità fisiche è, a mio parere, una perdita enorme per la letteratura.

La libertà tipografica che viene lasciata al lettore è sconvolgente: si può scegliere il tipo di carattere, allargarlo, distanziare le parole, aumentare i margini.
Ma vogliamo paragonarlo ad un Simoncini Garamond, creato appositamente per le edizioni Einaudi? Il font in questione non è in vendita, non è scaricabarile, non è utilizzabile se non da Einaudi, quindi a casa tutti.

Ci sono alcuni ebook comunque che hanno il loro carattere integrato. Ma, francamente, non credo che leggere un Adelphi con la versione digitalizzata del Baskerville possa risolvere le cose. Semplicemente non è la stessa cosa.
Leggo inoltre che con un piccolo hack è possibile cambiare i font di default del Kindle: potenzialmente si potrebbe leggere Shakespeare scritto in Comic Sans. Essere o non essere non avrà mai più lo stesso significato.

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Un libro è un libro. Molti libri sono una libreria. Non posso e non voglio negarmi la possibilità di avere una cospicua libreria nella mia casa. Mi piacerebbe arrivare a 80 anni con una biblioteca personale, fatta di tutti i libri che ho letto. Una libreria è un mondo meraviglioso che dice tante cose sul proprietario della casa in cui è collocata. L’assenza di una libreria, a maggior ragione, ne dice altrettante. Che arredi, poi, è superfluo ricordarlo e, forse, nemmeno tanto importante. Ma una cosa è certa: quando hai ospiti e tu devi andare un attimo in cucina a girare l’arrosto, gli amici potranno alzarsi da tavola, con un bicchiere di buon prosecco in mano, gironzolare un po’ per il salotto e poi passare in rassegna ogni libro della tua libreria, con il ditino. E mentre tu sei ancora in cucina, ti potranno dire “Ma non hai niente di Fabio Volo!?” e tu allora prendi l’arrosto dal forno, corri in salotto e lo usi come arma per picchiarli fortissimo.

In aggiunta, nessun Kindle potrà mai creare un’opera stupendista come la mia libreria cromindicizzata.

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Premessa

Un risveglio traumatico a tre e mezza di notte, il treno notturno, l’aeroporto, la fila scomposta e la corsa per un posto decente sull’ennesimo volo Ryanair. Non sono incazzato, non ho fatto a botte. Sono solo stanco. Svengo nel primo posto disponibile e mi scontro, al solito, con la mia totale incapacità nel trovare un’estremità della cintura di sicurezza.
E mentre compio alcune leggiadre piroette sul posto, cercando di estrarre la suddetta cintura che con grande sicurezza mi si è incastrata sotto al culo, come da copione, osservo i tre passeggeri qui al mio fianco, ognuno già incredibilmente assorto nella lettura del proprio kindle. Probabilmente stanno leggendo tre libri molto interessanti, mi dico. Chissà cosa, aggiungo. Non lo so, rispondo. Sì, faccio discorsi preoccupantemente lunghi nella mia mente, scusate.

E noto che ognuno lo ha personalizzato in modo molto creativo: il protohipster alla mia sinistra gli ha appiccicato un adesivo Apple sul retro perché sì, è un po’ confuso il ragazzo; un figlio della City più in là gli ha comprato un cover di pelle nera, ricavata probabilmente dallo scroto di clienti insolventi; la tizia dall’altra parte invece gli ha messo un vestitino rosa a righe bianche, e non posso che immaginare quante turbe sessuali possa avere il suo carinissimo lettore di ebook.
Dopo aver concluso le mie capriole, tanto per mettere le cose in chiaro, tiro fuori il mio libro, vero, con le pagine vere, con le parole vere. E senza nessuna minchiata appiccicata addosso. Guardo se mi guardano, pronto allo scontro, ma per il momento il libro vero è ancora normale. Anche se sono sicuro che, forti della loro scelta di campo, avranno pensato che, insomma, mi porto appresso un bel peso di 200 grammi per 200 pagine per leggere, in fin dei conti, un solo libro in due ore, mentre loro potrebbero, che ne so, leggerne millequattrocento, di libri.

È che sono un po’ all’antica e il libro a me piace normale. Il Kindle, invece, per me non è normale. Sì, anche se non avesse addosso tutte quelle cianfrusaglie che gli mettono.
E, insomma, finisce che per colpa del Kindle e del suo utilizzo in crescita costante, almeno nella mia fila, debba chiudere il mio libro vero perché mi si è appena aperto un rubinetto mentale che non mi fa più concentrare su quello che stavo leggendo. E così eccomi qui a filosofeggiare silentemente su quanto mi stia sul cazzo il Kindle.
Che di base è bello che le persone leggano tanto e che gli e-book abbiano dato una nuova spinta all’editoria, che per ogni televisione spenta in favore di un e-libro, una mente in più ritorna ad essere viva, credo. Poi per carità ci sono sempre dei limiti anche in quello. Ma sì, evviva il libro in qualsiasi forma.
Ok, dormo.

Bugia.
Non riesco, maledetto coso, e allora mi metto il cuore in pace e tento di mettere a fuoco cosa del Kindle non mi vada giù e in generale degli e-book.
E visto che è un peccato che cotanta filosofia da bar che protende dal mio cerebro rimanga nella carlinga di un volante velivolo, adesso sono qui che vi straccio le palle per bene.

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Peso 70 kg scarsi. Forse sarebbe più corretto dire che peso 65 kg abbondanti, via. Non che sia sempre stato sottopeso nella mia vita, anzi. Credo di aver toccato i più dieci, qualche anno fa.

Ma quest’estate ho deciso di passare la mia villeggiatura in pensione completa all’Ospedale Maggiore, dove mi si rimpinzava di zuppe, minestrine, prosciutto cotto e purea. La purea dell’Ospedale Maggiore è praticamente la versione insipida e gelatinosa del per sempre rimpianto purè della nonna, praticamente il suo gemello cattivo tenuto in catene in cantina che un giorno si libera, sale le scale due gradini per volta, tira una pedata alla porta blindata, con una risata satanica. E tu lo fissi, completamente immobilizzato e con il terrore che ti congela le articolazioni, che non si sente tutti i giorni una purea che ride in quel modo, e dici “no, non può essere! la perfida purea si è liberata!” e ti dimeni ancora mentre si scaglia di gran carriera sul tuo desco, cadendo e rimbalzando sul piatto, con l’imperativo di essere mangiata, forchettata dopo forchettata, la purea come mastice nella tua gola, ricetta segreta dell’incubo culinario.

E’ insuperabile, poi, la combinazione della purea con il prosciutto cotto, salume di chiara fabbricazione svedese, il fanalino di coda degli affettati, difficilmente paragonabile agli intoccabili mostri sacri della tradizione suino-gastronomica tanto cara alla pianura padana, impensabile variante più salutare del prosciutto crudo, lontano anni luce dal mai abbastanza osannato salame, dall’impeccabile culaccia, della proletaria mortadella, dallo strolghino da centellinare, da michette imbottite con coppa, pancetta, lardo, pancetta lardellata o lardo pancettato.

Ma questo è il menù per i degenti e non sia mai che mi metta a discutere con lo chef, ci mancherebbe, sarebbe gesto poco fine e quantomeno sconveniente, data la mia cagionevole posizione. Poco eretta, per giunta.

Comunque, da quando la mia vacanza in medicina generale è terminata sono tornato di fronte al mio computer a lavorare, poggiando il mio gentil culo su una Nominell.
Nominell, esatto. Già dal nome dovevo capire che da qualche parte ci stava la fregatura, cristosantissimo, ma no, io mi ostino a comprare ancora all’Ikea oggetti che nel giro di due mesi so già che crollano. Eppure quando vai nei loro negozi ci sono questi magnificenti show room tutti preparati a puntino, dove monomicrolocali sembrano ville di tre ettari perfettamente abitabili, in cui ti chiedi come tu possa aver vissuto trenta inutilissimi anni della tua vita senza avere un vaso Vasen o almeno un oggetto della serie Grundtal in cucina, affrettandoti poi ad infilare un porta carta assorbente, uno scolapiatti, due liste magnetiche sulle quali attaccare qualche porta spezie, stupendoti di quanto siano intelligenti i loro designer, il tutto, dicevo, infilandolo nella borsa gialla Ikea.
E qui iniziano i guai.
Perché da sempre vuoi la borsa gialla dell’Ikea. E ogni volta ti scontri in questo loop commerciale, di cui esiste anche un cartello chiaramente stampato e affisso nei negozi, “Ti piace la borsa gialla? Acquistane una blu!”, un vortice da cui non se ne esce nemmeno se implori direttamente il signor Ikea di concederti la grazia, signore, datemi la borsa gialla, vi prego!
E non se ne capisce il motivo. Sta di fatto che dentro all’Ikea puoi passeggiare tranquillo e beato con la tua borsa gialla, ma non ne vogliono sapere di vendertela. Ficcatelo in testa: la borsa gialla non la puoi avere. Calàti come siamo in una società in cui tutto è acquistabile e vendibile in qualsiasi modalità mente umana possa concepire, che sia al dettaglio, all’ingrosso, all’asta, in regalo, come baratto o come furto o come astuto raggiro, questo diniego suona come un’imposizione imprevista e fascista.
Io voglio la borsa gialla. La voglio e come cliente la pretendo. La pago, fate voi un prezzo e la avrò. Perché così funziona il capitalismo liberale, luridi fascisti stalinisti!

E invece no. La borsa gialla mai sarà tua. Scordati le passeggiate in riva al fiume, con la tua ragazza che ti tiene una mano e l’altra che regge la borsa gialla. Dimentica le serate di gala con la borsa gialla come accessorio inappuntabile. Da abbinare ai calzini, quel giallo che nemmeno un Pantone sarà mai così perfetto.
Perché tutto è in vendita dentro all’Ikea. Ma la borsa gialla no.
Anche il carrellino giallo che porta la borsa gialla non lo puoi avere giallo, ma solo blu. Come se la sorte della borsa gialla fosse un’infezione transitiva e irreparabile. Ma il carrellino giallo, se vuoi, lo puoi riverniciare, capirai. Ma la borsa gialla no, non puoi modificarla. L’unico modo sarebbe rubarla, ma non puoi rischiare sicuri anni di prigione per una borsa gialla, no? E soprassediamo pure, fingiamo che tu non ci abbia mai pensato, su.

Quindi infilo la Nominell nella borsa gialla, che dopo la cassa sarà sostituita con una borsa blu, mi rinchiudo in macchina e, come sempre, non sono ancora in casa che ho già aperto la scatola, rompendo il nastro adesivo con il più antico coltellino svizzero della storia umana (il mazzo delle chiavi di casa), già felice di dover assemblare un nuovo gioco, pregustandone la sensazione al tatto dei singoli pezzi, controllando ¬ che ci sia la fondamentale brugola ¬, di cui ho una piccola collezione, ¬ tutte identiche ¬, il tutto mentre sto guidando, che mi ritrovo a pensare che l’Ikea sia la naturale conseguenza della generazione Lego, di cui fieramente mi sento di far parte, in cui segui le istruzioni e monti per benino tutto quanto, ordine dal caos, modestamente.
Con la piccola nota a margine, una posteriore errata corrige della propria elucubrazione: che probabilmente sarebbe stato più opportuno farsi una libreria con i Lego davvero. Che almeno non sarebbe così imbarcata adesso.

E la Nominell, la sedia d’ufficio su cui il mio gentil culo di cui sopra è poggiato, non mi costringerebbe a questo sali scendi continuo.
Perché, come dicevo, anche se peso poco più di 65 kg, dieci in meno di quando sono entrato in ospedale, questa Nominell, la cui seduta è regolata in altezza da una pompa a gas, lentamente cede. E quando venti minuti fa ho iniziato a scrivere ero seduto correttamente con i gomiti ad angolo retto e la schiena perpendicolare al pavimento, ora sono seduto quindici centimetri più in basso, con i gomiti sollevati, la schiena incurvata e mi sento come il nostro amato ministro Brunetta alla scrivania.
Ora che ci penso, probabilmente è stato direttamente Brunetta a progettare la Nominell. Mica che puoi rimanere seduto a lavorare tranquillo: ogni venti minuti devi alzarti, far risalire la seduta, sgranchirti le gambe e ricominciare da capo.
Un altro loop. E ancora. E ancora.