Ho letto Diego De Silva

La donna di scorta
Livio, sposato felicemente con una figlia.
Dorina, single.
Si incrociano, si scontrano, si piacciono, si parlano, si amano.
Sullo sfondo una Napoli che li guarda silenziosa, una moglie devota che non sospetta nulla, impegnata in una tesi di laurea, un lavandaio forse impiccione, gli occhi di qualche amico che cominciano a sospettare.
Una storia sottile, raccontata in punta di piedi.
Piacevole nella sua semplicità.
Niente di nuovo, ma sono situazioni, forse, comuni a molti di noi.
Viviamo nell’attesa permanente di un estraneo a cui consegnarci mani e piedi. A cui saremmo capaci di sacrificare gli affetti più cari, se necessario. Anche quando

siamo in malafede. Anche se sappiamo benissimo che al momento opportuno ci tireremo indietro attaccandoci alla più ignobile delle scuse. Conta, però, il momento in cui siamo disposti a tutto. E tutto significa, papale papale, tutto.

Certi Bambini
Non so nemmeno dire se sia un libro crudo, violento, freddo, iper realista, neo realista, documentaristico, didascalico o emotivo di una vicenda che, tutto sommato, non lascia vie di fuga.
Chiudi l’ultima pagina e dici: ok, c’è poco da fare.
Che forse non si parla davvero della storia di Rosario, undicenne, in balìa della periferia di Napoli.
Forse si parla proprio dell’ineluttabilità di alcune vite, nate al servizio di nessuno, senza un progetto, con valori ferrei imparati al bancone del bar, detti a mezza voce da qualcuno che in teoria ne sa più dell’altro.
La chiesa impotente di fronte agli omicidi, i palazzi silenziosi, l’amore rubato nei bagni, nelle camerette di figlie di madri consapevoli e consenzienti.
Ma sanno cos’è bene e cos’è male.
Sono il bene e il male calati nel loro universo di valori.
Bene è avere le palle.
Bene è tirarle fuori in ogni momenti.
Male è fare il debole.
Male è parlare.
Bene è fare paura, farsi rispettare con la paura.
Male è togliere lo sguardo.
Male è lasciare un lavoro a metà.
Bene è sparare senza avere la mano che trema.
Bene è dormire aspettandosi i falchi.
Male è avere paura del male.
Inappuntabile.
De Silva un’altra volta fissa il proprio obiettivo e arriva preciso al dunque, senza tanti giri di parole.
Bene così.

Quello dei particolari è uno dei furti più brutti della morte, dice nonna Lilina. Ti toglie i gesti, le smorfie, la faccia di chi se n’è andato.

Da un’altra carne
Non ci svela tutto, De Silva.
Non sapremo mai chi è Salvino e da dove è venuto.
Figlio di Marco, dice. E tant’è.
Da un lato ci racconta di questo bambino, molto diverso rispetto alla realtà raccontata in Certi bambini, ma pur sempre protagonista di una vita pre-adolescenziale non sempre semplice o leggera.
Dall’altra parte c’è Ester, nonna acquisita da Salvino. Amorevole e frustrata, con rancori antichi, ma attenta al suo ruolo. Vedova da anni, ha a che fare con i suoi due figli di 36 e 40 anni che vivono ancora con lei. Da un lato li vorrebbe fuori di casa, dall’altro l’apprensione materna li trattiene.
Non sa nemmeno lei quello che vuole.
Succede forse poco e quello che succede è disarticolato. Ma è in questo che sta tutta la storia: devi avere a che fare con situazioni che non ti aspetti, che ti piombano in casa e reclamano a gran voce la tua attenzione e una sorta di predisposizione.

“Tu puoi passarmi addosso, andartene quando ti stanchi e lasciarmi in un angolo a chiedermi dov’è che ho sbagliato. Ogni cosa che dici mi fa male, perché io l’aspetto. Ma non ti credere. Ci puoi anche entrare nella vita di un altro, diventare importante, farti le chiavi della porta sul retro, così non devi nemmeno bussare; ma non hai fatto niente di eccezionale, ricordatelo. Niente di difficile.”

Voglio guardare
Questo libro ti prende la faccia, te l’accarezza per bene, ti tranquillizza, ti racconta di personaggi umani e poi ti prende a schiaffi, senza che te l’aspetti.
Un pezzo per volta scardina ogni schema mentale messo in atto nelle prime pagine fino ad arrivare a costruire uno dei noir più crudi, senza cadere mai nel banale, che abbia mai letto.
De Silva mi mette a mio agio raccontandomi dei tribunali. Quasi ce lo vedo passare, nei corridoi, l’avvocato Malinconico.
Ma qui non si racconta di lui.
Qui c’è l’avvocato Heller, bravissimo penalista, occupato nei suoi travagli che attende l’ineluttabilità.
Pare non aspetti altro, per tutto il libro.
Celeste mi è incomprensibile.
Giovane, carina, la madre attenta a lei, il padre sopraffatto dalla malattia, che per pochi soldi si dà a qualche dubbio personaggio. E’ talmente priva di sentimenti e paura e amore, Celeste. E capisco il suo atto finale. Tremendo.
Non so nemmeno se sia un noir.
Mi ritrovo inebetito e, ancora, ringrazio De Silva per la scrittura asciutta e precisa.
Ma che botta.

Nel frattempo, pensa a quante altre volte ha sentito le stesse parole uscirgli di bocca e nella stessa sequenza. A quanto sia scontato e ripetibile il protocollo della normalità in cui si rappresenta tutti i giorni. Niente serve a niente. Niente si risolve. La funzione che svolgo è pura forma. Non me ne importa nulla di questo ragazzotto e dei suoi poveri reati. La sua misera refurtiva mi deprime. Il suo futuro mi è del tutto indifferente. I suoi diritti sono carta fotocopiata. Nessuno, qui dentro, crede a quello che sta facendo. Mente il delinquente ammanettato, mente la guardia che lo scorta, mente l’avvocato, mente il giudice. Mentono i cancellieri, i segretari e gli impiegati degli uffici. Mente il consiglio d’ordine, la camera penale, mentono le associazioni forensi e i loro giornali. Mentono i convegni, le assemblee, le inaugurazioni coi velluti e le televisioni. Mentono i giornalisti e gli intervistati.
Io sono una menzogna fra le altre.

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