La mia teoria sull’amatriciana

Arriviamo ad Amatrice in perfetto orario.
La strada, da Ascoli Piceno in avanti è un capolavoro di curve e gole tra gli appennini.
Viaggiare con Muke e Giò è quanto di più semplice si possa immaginare, anche con bagagli e griglie portatili. Spingiamo le nostre Vespe in salita e in discesa al limite. Non potevo immaginare che la campana della frizione da lì a poco si sarebbe aperta, ma questa non è la nostra storia. La nostra storia parla di tre Vespe, tanti tornanti e di Amatrice, una minuscola cittadina del Lazio, in cui c’è l’Hotel Roma.
Abbiamo allungato l’itinerario di un centinaio di chilometri per essere qui dove siamo ora, a quasi mille metri d’altezza, vediamo il Gran Sasso e una distesa di roccia ovunque. Tempo però ne abbiamo poco, parcheggiamo, scendiamo e ci sediamo a tavola.
L’Hotel Roma, dicono, è la patria dell’Amatriciana. Detiene da secoli la ricetta suprema. E noi siamo qui per mangiare L’Amatriciana. Tutto maiuscolo.
Impariamo subito che l’Amatriciana in origine era bianca. Ordiniamo un piatto in bianco e uno col pomodoro, a testa.
L’attesa è breve. Chiunque è qui per quello.
E poi la mangiamo.

Ora forse voi vorreste una descrizione. Se era buona o meno buona o
Ma che cristo volete sapere? Quella è l’Amatriciana.
E noi abbiamo fatto un’enorme cazzata.
Perché se tu assaggi l’Amatriciana paradigmatica, poi ogni amatriciana che assaggerai la dovrai necessariamente paragonare a quella.
Voglio dire, ho mangiato l’Amatriciana come dovrebbe essere.
C’è qualcosa da aggiungere? Volete sapere com’era cucinato il guanciale? O quanto pecorino c’era? Come faccio adesso ad andare in un ristorante qualsiasi, ipotizziamo, nel nord Italia, che novanta volte su cento ti serve una pasta con la pancetta affumicata a cubetti e il grana.
Come si fa? Io non l’ho più mangiata da allora. Impossibile farlo.
Per mangiare l’Amatriciana dovrò tornare ad Amatrice, fare duemilioni di curve, guardare il Gran Sasso, scendere gli scalini dell’Hotel Roma e ordinare quel piatto.
Noi abbiamo fatto una cazzata di dimensioni epiche.
Ci siamo fottuti l’amatriciana.
Però ho imparato. Sono andato a Napoli e non ho bevuto il Caffè del Professore.
Mica mi posso fottere anche quello.
Però lui me l’ha regalato, per la moka.
E adesso sono fottuto comunque.
Mi sono fottuto il caffè.

Convivere con un paradigma è un’esperienza che non auguro a nessuno.
Ma se decidi di vivere, finisci per abbracciare una quantita’ di paradigmi da renderti la vita impossibile.
Perché io ne voglio ancora di quei paradigmi. Che la realta’ è che è quando ci penso mi viene un cazzo di sorriso in faccia.
E c’è poco da dire. Perché questo è il mio 2010. E questi i sono i nuovi paradigmi:

La London Pride al The Victoria.
I visual per i 2manydjs a Torino.
Il sapore dei noodles di Noodle Oodle.
I Gorillaz in concerto al Roundhouse.
La telecaster in aeroporto.
Chris Cunningham a Murcia.
Sunday Morning alle 6 di mattina ad Ancona.
La drum n bass di Andy C.
Argiolas Costamolino a Orosei.
La Lambretta a Genova.
L’alba al Poetto.
Il caffè del professore.
Metropolis al Roundhouse.
La dubstep ai Murazzi.
I cannoli al Bar Alba Palermo.
Il mercato del pesce di Catania.
I gamberi crudi a Bari.
Le puntarelle di Roma.
Le puntarelle di Milano.
L’Ichnusa a Flumini.
Il bollito di agosto.
La grigliata di dicembre.
La pizza a Napoli.
L’amaca a Tortoreto.
La brioche dello Zozzo.
Gli Africa Unite a Bologna.
Il Metiusco a Otranto.
I Pearl Jam a Mestre.
I miei video nell’Arena di Verona.
Le polpette di settembre.
La rotolante Spoleto da Bar.
Il sole di novembre a Firenze.
Il melograno con lo yogurt del 7 dicembre.
L’Amatriciana di Amatrice.

Mi sono fottuto l’Amatriciana, forse.
Ma ogni paradigma è una storia.
E non posso che essere felice di avere così tante nuove storie da raccontare. Volete?

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